Quella «notte da inglesi», 70 anni fa (Pagina)

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Torino ricorda le 64 vittime del bombardamento di Madonna di Campagna

Il peggio sembrava passato. Ne erano convinti i torinesi scampati al terribile bombardamento degli Alleati avvenuto nella notte tra il 20 e il 22 novembre 1942. Un inferno descritto così da Emanuele Artom: «Sembra che una nuvola di fuoco, resa ancora più luminosa dall’oscurità, gravi su Torino». I morti in città furono 117, tantissimi se paragonati alle appena 17 vittime causate delle poche bombe piovute dal cielo nei due anni precedenti. Chi era ancora in vita e poteva dire di aver visto da vicino quell’inferno senza essere finito in orizzontale sotto le macerie di un palazzo, pensava davvero di aver già conosciuto il momento peggiore di quella atroce guerra.
Madonna di Campagna, nella zona nord di Torino, era un borgo di diecimila abitanti con case operaie e cascine, alcuni campi coltivati a frumento e una chiesa. È qui che l’8 dicembre 1942 molti abitanti del quartiere si erano ritrovati per il Vespro, prima di tornare alle proprie case per consumare una modesta cena in famiglia. Meno modesta del solito però, perché almeno nel giorno dell’Immacolata le donne di casa erano riuscite a rimediare qualcosa in più da mettere in tavola.
Erano le 20.30 precise quando d’improvviso suonarono le sirene: un’incursione aerea. La gente di Madonna di Campagna si riversò per le strade alla disperata ricerca di un rifugio. Faceva freddo, c’era silenzio, c’era il buio e c’era il cielo. Il cielo di una notte così nessuno lo avrebbe più dimenticato: limpidissimo, per nulla velato da nubi al punto che potevi contare le stelle. Da quel momento e ancora oggi, i torinesi più anziani chiamano notti così «notte da inglesi».
Perché erano inglesi infatti gli aerei da guerra che gli abitanti del quartiere udirono avvicinarsi sempre di più con un rombo terrificante. Era il rumore della morte. Come sfuggirgli? Dove andare?
«Non regnava più alcun ordine», c’è scritto in una testimonianza conservata nell’Archivio parrocchiale, «nessuno si preoccupava di quello che succedeva, ma ognuno cercava di mettersi in salvo con la poca roba che poteva portare».
Alcuni si rifugiarono nelle cantine dei palazzi, altri fuggirono oltre i confini della città, nei campi. Altri ancora si rifugiarono nei sotterranei della chiesa del borgo: ci fu chi, come i passeggeri di un tram, varcò la facciata dell’edificio religioso per puro caso, ma i più ci andarono perché la ritenevano un luogo sicuro. Sicuro perché sacro, certo, ma anche perché si diceva che le fondamenta fossero solidissime e addirittura che da lì sotto si potesse imboccare un corridoio sotterraneo che arrivava fino a piazza Statuto. Dicerie… Di certo si iniziò a pregare, dentro la chiesa e in tutta Madonna di Campagna, mentre gli aerei inglesi, implacabili, si abbassarono per sganciare i loro ordigni. Bombe pesanti anche 18 quintali e destinate probabilmente a colpire la fabbrica C.I.R. o la contraerea appostata nei pressi del cimitero del borgo. Nessuna colpì l’obiettivo, ma in compenso dei boati spaventosi fecero tremare gli edifici del borgo. La signora Anna, che all’epoca aveva 15 anni, ricorda bene quei momenti: «Ero con mio padre e ci eravamo rifugiati in vicina ad una cascina non distante dal convento. Ad un certo punto vedemmo un frate che ci disse: Fratelli salvatevi, hanno colpito la chiesa». Sembrò la fine del mondo ma in pochi minuti, lunghi da sembrare un’eternità, il bombardamento finì.
Centinaia di persone impaurite riemersero dagli scantinati aggirandosi come spettri per quelle strade invase dal silenzio. Cos’era successo? Le case di via Cardinal Massaia erano ancora tutte lì, nell’orizzonte nulla pareva essere cambiato, anche il campanile della chiesa era lì al suo posto. Già, il campanile, ci si stava preparando per sorridere dello scampato pericolo, quando ci si rese conto che di tutto il complesso religioso era rimasto in piedi solo quello. Qualcuno iniziò ad urlare e a piangere: «La chiesa! La chiesa!». Ecco cosa non c’era più.

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«La scena, ai primi che accorsero, apparve subito nella sua estrema gravità (…)», annotò in un memoriale un anonimo frate, «alcuni frammenti di pietra vennero rinvenuti sul corso Grosseto, il che testimonia la violenza del bombardamento».
Sessantaquattro persone persero la vita sotto le macerie della parrocchia e dell’adiacente convento, tra loro Padre Francesco Cappello, parroco da appena 80 giorni. Non tutte le vittime vennero identificate.
Il 12 aprile 1943 anche La Gazzetta del Popolo descrisse quanto avvenuto solo pochi mesi prima a Madonna di Campagna con queste parole: «Tutto è stato distrutto, sminuzzato, polverizzato… Solamente l’agile e acuto campanile rimane integro, quasi per miracolo, come un segnacolo proteso verso il cielo a riaffermare un’indistruttibile promessa di fede».
In vista del settantesimo anniversario del bombardamento, la città di Torino ha dedicato pochi giorni fa un giardino alla memoria delle vittime di quel vile atto di guerra. «Ripensare alle esperienze che hanno colpito la nostra città e le nostre famiglie, solo due generazioni fa», ha detto il presidente del consiglio comunale Giovanni Maria Ferraris, «ci faccia comprendere meglio le tragedie di cui sentiamo, leggiamo, guardiamo, quasi come se vedessimo un film».

Pagina.to.it, 07/12/2012

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