Cinghiali radioattivi, un fenomeno già conosciuto in Germania e Francia (Pagina)

Sta destando un grande stupore, oltre che una certa preoccupazione, la scoperta di tracce di cesio-137 superiore alla soglia prevista dai regolamenti nella lingua e nel diaframma di alcuni cinghiali abbattuti nel 2012 in Valsesia. La notizia, rimbalzata dalla provincia di Vercelli sui giornali nazionali, è finita addirittura sulla scrivania del Ministro della Salute, Renato Balduzzi, che ha affidato il caso ai Carabinieri del NAS e del NOE. Così il fantasma dei traffici illeciti di rifiuti è comparso a sorpresa in questo angolo appartato di Piemonte. «Non è esclusa la pista dei rifiuti tossici», ha scritto il 7 marzo il Corriere della Sera, generando non poca inquietudine tra le popolazioni della valle.
Più verosimilmente però, la contaminazione di cesio nei cinghiali valsesiani sarebbe da attribuire all’esplosione del reattore della centrale di Chernobyl avvenuta nel lontano 1986. Sono passati 27 anni da quando la nube tossica generata in Ucraina è passata sui cieli d’Europa, ma i suoi effetti nefasti continuano tutt’oggi. Lo sanno bene in Germania, dove la presenza dei cinghiali radioattivi non è una novità. “Le particelle radioattive diffuse su gran parte dell’Europa occidentale, dopo l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl”, riferisce l’Agenzia federale tedesca per la protezione contro la radioattività, si accumulano nelle piante e soprattutto nei funghi selvatici di cui questi animali vanno ghiotti. Di notte, i cinghiali sono in costante ricerca di cibo e scavano nel terreno entrando così in contatto con il cesio-137 presente anche a 20-40 centimetri di profondità.
Nel 2010 l’Ufficio per la salute e la sicurezza alimentare della Baviera riscontrò la presenza di cesio-137 in 9 dei 56 esemplari presi in esame in quell’anno. Si parlò di una presenza nei campioni esaminati di 1300 becquerel per chilogrammo, una quantità molto superiore ai 600 becquerel consentiti per gli alimenti. Sempre in Germania si sono registrati casi di contaminazione pari anche a 7000 becquerel, mentre prima del disastro nucleare del 1986 la presenza media di cesio nella carne di cinghiale superava appena gli 0,5 becquerel al chilogrammo.
Il ripetersi di questi preoccupanti risultati sugli esemplari di animali analizzati spinse Berlino a stanziare nel 2010 oltre 400.000 euro per evitare che la carne di cinghiale radioattiva venisse immessa sul mercato. Tuttavia già nel 2006, il governo tedesco era a conoscenza che gran parte dei cinghiali abbattuti nel sud-est del Paese, vicino al confine con la Repubblica Ceca, non era da considerarsi idonea al consumo umano. Erano quindi già state previste delle compensazioni pari a 240.000 euro per poter far fronte all’inattesa eredità lasciata nei boschi tedeschi dalla nube di Chernobyl. Ma la Germania non è l’unica nazione ad aver conosciuto la presenza di cinghiali contaminati molto prima del Bel Paese. Negli anni ’90 la presenza di alcuni esemplari radioattivi (1.700 becquerel per chilogrammo) venne scoperta in Francia, in un piccolo comune della Lorena chiamato Saint-Jean-d’Ormont. In quel caso l’Agenzia Regionale per l’Ambiente della Lorena (AREL) chiuse frettolosamente le indagini nel 1999, sostenendo che non vi fosse «alcun rischio per la salute umana».
Comunque sia, anche in Italia dovremo abituarci alla presenza del cesio nella carne dei cinghiali, un problema che secondo gli esperti tedeschi potrebbe persistere ancora per 50 anni.

 – Pagina.to.it, 09/03/2013

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