Corea del Nord: contrabbando, vizio di regime (Narcomafie)

Fuma Kim Jong-Un, il dittatore più enigmatico del mondo, e fumano il 54% degli abitanti della riottosa Corea del Nord. Il tabacco è un elemento di unione nell’impenetrabile austerità della società nordcoreana: fumano i soldati alla frontiera con la nemica Corea del Sud e i dirigenti del potente Partito Comunista, i pescatori e gli operai dei villaggi più remoti. Ma nel corso degli ultimi due anni questo vizio è diventato anche una importante fonte di guadagno per il regime. Sopra il 38° parallelo il commercio illegale non riguarda più soltanto armi e stupefacenti, le sigarette di contrabbando sono infatti il nuovo business di Stato che arricchisce Pyongyang.
Non è facile fare stima precisa dei profitti generati dal commercio illecito di tabacco, ma in questo angolo rosso di Asia, dove ideologia e illegalità si fondono fino a diventare una cosa sola, il mercato nero delle “bionde” sta crescendo a ritmi preoccupanti.
I motivi di questo successo, impensabile fino a non molto tempo fa, vanno ricercati nei bassissimi costi di produzione delle sigarette nordcoreane e nella enorme domanda di tabacco che arriva della vicina Cina. Circa un terzo delle sigarette prodotte nel mondo viene consumato dagli oltre 300 milioni di fumatori cinesi, una domanda che lascia ampio spazio a sacche di illegalità lungo il confine con la Corea del Nord. In questo modo le sigarette di contrabbando di Pyongyang approdano in Cina attraverso i canali del narcotraffico lungo il fiume Yalu, oppure nascoste in voli low-cost diretti a Pechino, dove i pacchetti prodotti possono essere rimarchiati e fatti passare per prodotti cinesi originali. Dei recenti sequestri hanno messo in luce in particolare l’esistenza di veri e propri stabilimenti destinati alla contraffazione delle “bionde” nordcoreane situati nella provincia cinese di Jilin, nelle città di Changbai e Baishan.
Secondo Radio Free Asia, il tabacco destinato al contrabbando viene lavorato in alcune fabbriche della provincia di Hamgyong, una delle suddivisioni amministrative della Corea del Nord. Una volta uscita dai laboratori la merce viene affidata ai contrabbandieri che riescono a trasportare in Cina 20-50 scatole da 500 pacchetti di sigarette l’una ad ogni viaggio. I margini di guadagno non mancano, considerando che in Corea del Nord un pacchetto costa mediamente meno di 0,50 dollari. E il rischio? Minimo. Nel caso in cui le motovedette cinesi che presidiano il fiume Yalu riescano a fermare i trafficanti la punizione per loro sarà in ogni caso lieve. È uno dei paradossi della nazione più comunista del mondo, dove il regime, sempre implacabile con i dissidenti politici, sa essere stranamente indulgente con chi contrabbanda tabacco. Le pene per chi viene colto in fragranza di reato sono non solo molto più leggere di quelle previste per il traffico di droga, ma sono persino inferiori di quelle che attendono chi commercia illegalmente rottami metallici.
È opinione diffusa che il governo della Corea del Nord sia segretamente coinvolto nel contrabbando di sigarette. In una dittatura così repressiva non sarebbe pensabile portare avanti un commercio illegale su larga scala se non attraverso complicità e connivenze con le autorità. Eppure, nonostante il ripetersi di arresti e segnalazioni di contrabbandieri lungo tutto il confine cinese, non è stato ancora possibile provare il diretto coinvolgimento dell’entourage di Kim Jong-Un nel mercato nero del fumo. Anzi, mentre le motovedette di Pechino continuano ad avere il loro bel da fare per respingere l’invasione delle “bionde”, lo spregiudicato leader nordcoreano si appresta a celebrare anche quest’anno il suo insulso “No tabacco day”.

 – Narcomafie, 18/04/2013 Politicamentecorretto, 22/05/2013

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