Ex IPI, un passato che non si può vendere (Pagina)

ex IPIEx IPI (foto M. Ferraro – tutti i diritti riservati)

La notizia in sé può apparire fredda, per non dire insignificante: alla fine di giugno la Provincia di Torino lascerà per sempre l’edificio di corso Giovanni Lanza 75, sede tra l’altro dell’assessorato alla Viabilità. La decisione di mettere in vendita l’immobile, seppure consona ai tempi della spending review, non ha potuto lasciare tutti indifferenti. Questo perché corso Giovanni Lanza 75 non è un indirizzo qualsiasi. La storia personale di molti è iniziata proprio lì, oltre il cancello che porta alla grande villa seminascosta tra gli alberi della precollina, nell’edificio che dal 1958 al 1981 ha ospitato l’Istituto Provinciale per l’Infanzia (IPI), il più grande orfanotrofio della città.
I bambini dell’IPI erano nati proprio all’IPI, oppure all’ospedale Sant’Anna. In comune avevano un destino deviato in partenza da chi gli aveva dato la vita e poi abbandonati. Li chiamavano “esposti” o “trovatelli” ma erano bimbi speciali, venuti al mondo da poco eppure quasi sempre già vittime, loro malgrado, di un segreto. Nella villa di corso Lanza i piccoli ospiti trascorrevano i loro primi mesi di vita, in qualche caso i primi anni, accuditi da suore ed infermiere. Trattamento adeguato, per carità, di certo migliore rispetto agli standard offerti da molti altri orfanotrofi italiani, ma pur sempre innaturale e spersonalizzante. Così, mentre attendevano di trovare una nuova famiglia, a mancare davvero ai piccoli dell’IPI era soprattutto l’affetto. Almeno secondo quanto scriveva nel 1961 la signorina Anna Maria Petrucci, assistente sociale: «Nonostante il personale sia sufficiente in numero, non è possibile dedicare a ogni bambino un minimo di attenzioni individuali e calore affettivo. I bambini sono lasciati a loro stessi nel dormitorio. Se un bambino piange, l’infermiera di turno si accerta se il pianto è provocato da problemi fisici e se c’è qualcosa di anormale nelle condizioni fisiche del bambino; non se ne occupa ulteriormente e lo lascia continuare a piangere. Il rapporto tra infermiere e infanti è di natura rapida, efficiente ed impersonale».

IPI, Torino. Foto La Stampa 05/11/1958

IPI, Torino. Foto La Stampa 05/11/1958

Breve storia dell’Istituto
«Sembrano tutti fratelli i bimbi dei nuovo Istituto per l’infanzia», titolò La Stampa del 5 novembre 1958, giorno in cui venne inaugurata la struttura di corso Giovanni Lanza. Per l’occasione giunse a Torino, a bordo del treno presidenziale, addirittura l’allora Capo dello Stato, Giovanni Gronchi. Il presidente, accolto dal sindaco di Torino, Amedeo Peyron, si trattenne per circa un’ora a visitare i padiglioni del nuovo brefotrofio, considerato allora «all’avanguardia del soccorso all’infanzia abbandonata».
Si trattava di quattro palazzine costruite tra gli anni ’30 e ’50 del ‘900, con ampie verande e 16.000 mq di parco dove, durante la bella stagione, i bambini giocavano all’aperto. La villa principale era divisa in due piani: il primo accoglieva i dormitori per i bambini più piccoli (fino a 18 mesi), quello superiore tutti gli altri.
Il costo complessivo, per quello che venne descritto come «un capolavoro dell’assistenza», fu di 800 milioni di lire.

I bimbi dell’IPI ieri e oggi
La vita è una continua lotta per affermarsi e questo all’IPI si imparava prestissimo. Solo per ricevere delle attenzioni, bisogno primario di ogni bambino, tra i padiglioni si “combatteva” in silenzio, inconsapevolmente, e non sempre ad armi pari. «Sfortunatamente è sempre il bambino più carino o il più naturalmente vivace o il più disponibile ad attirare le attenzioni individuali delle infermiere», riferiva la signorina Petrucci, «questo è il comportamento dovuto alla reazione umana ed è difficile da controllare». Di certo umano e naturale è oggi il desiderio di molti di quei bambini di ritrovare le proprie origini. Alcuni degli ex piccoli ospiti, ormai divenuti adulti, esprimono la volontà di conoscere l’identità dei propri genitori biologici. Per questo arrivano ancora di fronte al cancello di corso Giovanni Lanza anche da molto lontano (circa 4000 bambini vennero adottati da coppie francesi, canadesi e statunitensi), con l’animo pervaso da emozioni indescrivibili. Vorrebbero conoscere chi sono, anzi, chi sarebbero potuti essere se quella donna che li ha partoriti molti anni prima non avesse deciso di lasciarli. A pochi però interessa giudicare una scelta di cui non conoscono le ragioni. Desiderano semplicemente sapere la verità e allora si rivolgono al Tribunale dei Minori dove basta aver compiuto 25 anni per presentare una domanda scritta. La domanda che vale una vita. Purtroppo si tratta di un’impresa tutt’altro che semplice: meno del 10% sono le risposte positive in cui il tribunale di Torino fornisce a chi ne ha fatto richiesta le generalità dei propri veri genitori. L’invalicabile ostacolo giuridico è rappresentato dalla scelta dell’anonimato fatta a suo tempo dalla partoriente. Un diritto ritenuto ancora inviolabile, anche dopo la riforma della legge sulle adozioni del 2001. Eppure lo scorso 19 marzo la Corte europea ha reso definitiva una sentenza in cui si afferma che la legge in vigore in Italia viola la Convenzione europea dei diritti umani perché non dà modo a chi è stato abbandonato di ottenere alcun tipo di informazione sulle proprie origini. «Il Parlamento italiano dovrà quindi adesso modificare la legge», afferma un comunicato dell’Ansa «in modo da proteggere meglio il diritto di chi è stato abbandonato di poter conoscere in forma anonima le proprie origini o, dove il genitore acconsenta, la sua identità».
A coloro che dormirono nelle culle di corso Giovanni Lanza, così come a tutti i figli adottivi d’Italia, non rimane che aspettare. Il loro grande segreto potrebbe essere finalmente svelato, una speranza che fa passare giustamente in secondo piano la notizia della prossima vendita dell’edificio che ha rappresentato una fetta importante del loro passato. Per una cifra intorno ai 45 milioni di euro, la grande villa verrà ceduta a privati e forse divisa in appartamenti extra-lusso, inseriti in quello che un annuncio immobiliare descrive come «uno dei più pregevoli contesti di Torino, nelle vicinanze del fiume Po, ai piedi della collina». Nient’altro che dettagli per chi, come gli ex bimbi dell’Istituto per l’infanzia, adesso attende e spera. Attendere e sperare: proprio quello che facevano trenta, quaranta o cinquant’anni fa, quando erano solo dei neonati in cerca di una famiglia amorevole. Anche per questo le mura di corso Lanza continueranno comunque a raccontarci di loro.

 – Pagina, 29/05/2013

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