I Signori degli alberi (Narcomafie)

Secondo le autorità cambogiane, la Thailandia sta ricorrendo all’uso delle armi per combattere l’ingresso di clandestini dediti al taglio illegale del palissandro siamese. Quarantacinque taglialegna colti in flagranza di reato sarebbero stati uccisi lo scorso anno in territorio thailandese, un numero di vittime tre volte superiore a quello registrato nel 2011.

Si spara lungo il confine tra Thailandia e Cambogia. Anche se entrambi i paesi continuano a negarlo, le foreste del Sud-est asiatico sono diventate un campo di battaglia dove si combatte la guerra al disboscamento illegale, un business multimiliardario dagli effetti devastanti gestito dalle mafie internazionali.
Secondo le autorità cambogiane, la Thailandia sta ricorrendo all’uso delle armi per combattere l’ingresso di clandestini dediti al taglio illegale del palissandro siamese. Quarantacinque taglialegna colti in fragranza di reato sarebbero stati uccisi lo scorso anno in territorio thailandese, un numero di vittime tre volte superiore a quello registrato nel 2011. E anche nei primi mesi di quest’anno la tensione tra i due stati è rimasta alta. Il quotidiano Phnom Penh Post ha parlato di almeno altri due morti durante gli scontri a fuoco avvenuti tra gennaio e febbraio. «La morte di nostri cittadini per mano delle forze armate thailandesi è per noi davvero inaccettabile», ha commentato il portavoce del governo cambogiano. Così, mentre i due vicini si guardano in cagnesco, a guadagnarci sono le organizzazioni criminali che controllano il mercato nero del legame asiatico.

I pendolari del taglio illegale
L’impressionante crescita della domanda cinese di legno pregiato ha gravemente compromesso, nel corso degli ultimi anni, il patrimonio forestale della Cambogia. Per questo motivo decine di uomini cercano di attraversare il confine con la Thailandia in cerca di alberi da abbattere, attirati dagli alti profitti garantiti dal mercato illegale. Attraversano la frontiera clandestinamente e rimangono nel territorio thailandese per due o tre giorni, arrivando a guadagnare dai 200 ai 1000 dollari a viaggio (5,966-29,800 baht secondo i dati forniti dal quotidiano thailandese Bangkok Post n.d.a.). Ma ora la forte azione dei militari di Bangkok per combattere la deforestazione sta costando la vita a decine di taglialegna. Eppure, nonostante i rischi, i cambogiani che vivono in condizioni di grave povertà lungo le zone di confine continuano ad essere usati come agnelli sacrificali dalla lobby cinese del legno.
“La Cina è oggi il principale importatore, esportatore, e consumatore di legname illegale in tutto il mondo”, si legge nel rapporto Appetite for Destruction: China’s Trade in Illegal Timbe. “Più della metà delle forniture attuali di legno della Cina provengono da paesi con un alto rischio di disboscamento illegale” rivela lo studio, sottolineando che quando il Gigante asiatico esaurisce le foreste disponibili in un paese, si muove in un altro. Proprio ciò che sta accadendo in Cambogia e Thailandia.

Proiettili e cortecce
«Per combattere il disboscamento illegale, la Thailandia deve usare il sistema giudiziario non la violenza», ha protestato il ministro della difesa della Cambogia, Gen Tea Banh, sottolineando che nessun militare thailandese è mai stato punito per essersi macchiato di un omicidio nei boschi.
Dal canto suo, la Thailandia non sembra intenzionata a fare alcun passo indietro. Anzi, il ministro della difesa di Bangkok, Sukumpol Suwanatat, rendendo noti i dati ufficiali, che parlano di 264 boscaioli cambogiani arrestati nel 2012, ha confermato che il suo paese sta intensificando la sorveglianza delle frontiere per proteggere «il prezioso legno di palissandro». Per il ministro, la Cambogia «dovrebbe impedire ai suoi cittadini di entrare illegalmente in Thailandia alla ricerca di legno».Accuse di complicità, nemmeno troppo velate, con la mafia del legno, che il governo cambogiano ha subito rispedito al mittente attraverso il suo portavoce: «Non supportiamo i criminali, ma ci aspettiamo che i taglialegna sorpresi in Thailandia subiscano un giusto processo come previsto dalla legge». Anche perché, hanno fatto capire le autorità cambogiane, nemmeno la Thailandia può dirsi totalmente estranea allo strapotere dei Signori degli alberi. Da quando Bangkok ha imposto il divieto alla deforestazione nel suo territorio, il legno, soprattutto quello pregiato, è stato spesso acquistato attraverso l’intermediazione di gruppi di criminali senza scrupoli che gestiscono il commercio illegale nelle nazioni confinanti, quindi anche in Cambogia.
Che succede quindi lungo il confine tra Cambogia e Thailandia? Chi deruba chi? Chi è complice della malavita e chi la vittima? La sensazione è che tra i due paesi non ci siano innocenti e che entrambi i governi denuncino i tagli illegali di legname per poi trovarsi a fare affari con le bande di criminali che spadroneggiano nelle foreste.
Recentemente, una versione dei fatti del tutto diversa sugli sconti a fuoco avvenuti al confine tra Cambogia e Thailandia è stata fornita dal generale della Seconda Armata thailandese. L’ufficiale ha fermamente negato che suoi soldati abbiano mai ucciso dei cambogiani sorpresi a tagliare degli alberi. «I nostri soldati si limitano a sparare in aria», ha affermato il generale, spiegando che solo due cambogiani sono effettivamente stati uccisi, perché avevano sparato per primi contro i militari. I taglialegna cambogiani non sarebbero dunque dei semplici disperati, ma verrebbero spesso accompagnati da uomini armati e dal grilletto facile.

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Un cappotto di legno a chi si ribella
La crescente antipatia tra Cambogia e Thailandia non aiuta a perseguire quello che dovrebbe essere l’obiettivo comune: la lotta alla mafia del legno.
Da entrambe le parte si lanciano appelli a «lavorare insieme» che puntualmente cadono nel vuoto, sotto le fortissime pressioni della lobby cinese. I banditi del legno hanno a disposizione uomini, mezzi e tanto denaro per corrompere le autorità politiche e militari in entrambi i paesi. Ribellarsi al loro strapotere è molto rischioso, come ha confermato l’assassinio di Chut Wutty, direttore dell’associazione ambientalista Natural Resource Protection Group, avvenuto nell’aprile 2012 ad un posto di blocco presidiato da vigilantes. L’attivista cambogiano, noto per le sue denunce sul fenomeno della deforestazione, è stato ucciso mentre indagava sulle attività di taglio illegale nella provincia di Koh Kong, proprio nei pressi del confine con la Thailandia. In particolare Wutty stava mettendo in luce gli interessi della China National Heavy Machinery Corporation nella realizzazione di una centrale idroelettrica, con la conseguente devastazione di una vasta area delle foreste di Cardamom. Un’operazione portata avanti grazie ad una presunta trattativa segreta tra il governo della Cambogia (con in prima fila la famiglia del primo ministro Hun Sen) e Pechino, al fine di permettere la vendita a delle società cinesi di alcuni parchi naturali.
Nel processo che avrebbe dovuto portare ad identificare autori e mandanti dell’assassinio di Chut Wutty, un tribunale cambogiano ha definito l’omicidio come “accidentale”, condannando il capo dei vigilantes di una grossa compagnia di legname ad appena sei mesi di galera.
Ci sono voluti invece solo cinque mesi perché un altro delitto legato alla mafia del legno insanguinasse la Cambogia. A settembre 2012, Hang Serei Oudom, un giornalista del Vorakchun Khmer Daily, impegnato in un’inchiesta sul disboscamento illegale nella provincia di Ratanakiri è stato trovato senza vita nel bagagliaio della sua auto. In questo caso gli assassini hanno voluto firmare la loro macabra esecuzione: a Serei Oudom è stata spaccata la testa con un colpo d’ascia.

 – Narcomafie, n°4/2013

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