Il peccato originale del nucleare francese – approfondimento (BioEcoGeo)

2-reggLunedì 13 febbraio 1960, ore 7.00 del mattino: una bomba atomica da 70 kilotoni venne fatta esplodere segretamente nei pressi di Reggane, piccola oasi al centro del Sahara algerino. Poco dopo, mentre l’Eliseo festeggiava l’ingresso della Francia coloniale nel club delle potenze nucleari (dopo USA, URSS e Regno Unito), quell’angolo dimenticato di Algeria piombò in un lungo e inquietante silenzio. “Gerboise bleue”, il nome in codice che gli uomini del generale De Gaulle diedero al loro primo test nucleare, venne considerato un successo: «Vive la France!».
Cinquantatré anni dopo, quell’esperimento e i successivi 16 portati a termine dai francesi tra il 1960 ed il 1966, hanno lasciato un segno indelebile nel Sahara algerino. Eppure le informazioni ufficiali sullo sviluppo del nucleare militare francese nel deserto continuano ad essere pochissime. In attesa che nel 2040 vengano finalmente aperti gli archivi segreti, una voce spaventosa continua a circolare incontrollata: la Francia avrebbe utilizzato, nel corso dei suoi test, dei prigionieri algerini come cavie umane.

REggane

La presunta scoperta sarebbe stata fatta da un avvocato del foro di Algeri, esaminando foto e filmati dell’epoca in cui si vedono delle figure umane, vestite di tutto punto, incappucciate e legate a dei pali poco prima dello scoppio nucleare. La Francia, almeno inizialmente, ha negato fermamente ogni utilizzo di persone negli esperimenti: quelli immortalati in alcune immagini sarebbero stati solo dei manichini, utilizzati per testare la resistenza dell’abbigliamento militare. Ma una successiva indagine commissionata ad alcuni esperti, tra cui dei medici e degli esperti di fotografia, avrebbe confermato invece lo sconvolgente segreto, risultato di una barbarie spinta fino all’estremo: quelli legati a dei pali in pieno deserto erano uomini in carne ed ossa.
Messe alle strette, nel 2005 le autorità francesi hanno finalmente deciso di rispondere in merito: «Se c’erano dei corpi al posto dei manichini, è necessario assicurare che si trattava di corpi senza vita».
Esseri umani dunque, ma già morti. C’è da credere a questa parziale ammissione, oppure quelle sagome erano uomini ancora vivi? E soprattutto: chi erano e quale  insegnamento, chissà perché ritenuto indispensabile, fornì ai francesi lo scempio dei loro corpi?
Sono interrogativi destinati a cadere nel vuoto. In Francia la legge n° 696/2008 prevede che i dati presenti negli archivi relativi alle armi nucleari, chimiche e biologiche, non possano essere declassificati.
Tuttavia, una testimonianza importante sul presunto utilizzo di esseri umani è stata raccolta, dal regista René Vautier, in un’intervista ad un ex legionario di origine tedesca. L’uomo ha affermato di aver ricevuto poco prima del secondo test nucleare (“Gerboise blanche”, 1 aprile 1960), l’ordine di prelevare nelle carceri e nei campi di concentramento in cui erano rinchiusi, 150 prigionieri algerini. Si trattava di nemici della Francia, indipendentisti, combattenti del Front de Libération Nationale (FLN), che sarebbero stati portati nei pressi del cosiddetto “punto zero” al fine di studiare il comportamento umano in un’esplosione atomica ravvicinata.
A supporto di quanto rivelato dal legionario, ci sarebbero le pesanti accuse di molti detenuti algerini condannati a morte dai tribunali speciali francesi, secondo i quali alcune esecuzioni non sarebbero state eseguite nelle carceri. I prigionieri sarebbero stati trasferiti altrove e quindi scomparsi senza lasciare alcuna traccia. Proprio come dei “desaparecidos”, i nomi di alcuni ribelli del FLN non comparirebbero né negli elenchi dei giustiziati né in quelli dei detenuti liberati. Erano loro i “manichini” del deserto?
Per fugare ogni sospetto basterebbe consentire l’apertura degli archivi sottoposti a segreto militare, una speranza disillusa dalla Francia anche l’anno scorso, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza dell’Algeria. A gennaio del 2013 invece, la Commissione per la difesa nazionale ha dato il suo parere positivo alla declassificazione di alcuni documenti riservati. Un primo passo nella lunga strada che porta alla verità sulle atrocità commesse dall’esercito coloniale francese.

 – BioEcoGeo, 05/07/2013

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