La “cartuccia” legale per fermare la libertà di stampa

Mi permetto di riportare uno stralcio di un interessante articolo, pubblicato da La Notizia, sulle cosiddette intimidazioni bianche ai giornalisti. L’autrice è Nerina Gatti.

[…] Ormai le querele o meglio ancora, la minaccia di querela e di risarcimento danni sono diventate il nuovo fronte delle intimidazioni ai giornalisti. […]
Invece delle cartucce, che creano allarme sociale e solidarietà verso il giornalista, arriva la querela, in alcuni casi anticipata da una conferenza stampa senza che poi questa si concretizzi necessariamente in atti giudiziari. Le definisco e le percepisco come intimidazioni a salve o intimidazioni bianche, che creano i presupposti per minare la credibilità e la tranquillità del giornalista che a quel punto potrebbe non sentirsi più libero di raccontare in maniera oggettiva le vicende. Altro caso è quella della minaccia di querela per interposta persona: “O la smetti o ti querela”, è l’avvertimento più usato, di solito fatto tramite avvocato, che per il tuo bene ti consiglia di cambiare argomento perché stai infastidendo le persone sbagliate. L’aspetto più inquietante, è proprio che questi comportamenti, che usano un linguaggio tipicamente mafioso, non sono penalmente rilevanti.

E’ tutto vero, succede proprio in questo modo. Anche io ne so qualcosa… In Italia, paese che occupa il 57° posto (cinquantasettesimo!!!) nella classifica mondiale della libertà di stampa, fare il giornalista è sempre più difficile. Oltre ai politici, a minacciare di querelare il giornalista di turno sono gli imprenditori legati al crimine organizzato e, a volte, gli stessi mafiosi. Può succedere addirittura che un latitante scriva al giornale per pretendere una rettifica ad un articolo non gradito. Cose da pazzi… E gli editori che fanno? Porelli… spesso cedono per il bene del giornale stesso. Mediano, smussano le frasi, cercano in tutti i modi di non avere fastidi. Alla fine il giornalista d’inchiesta viene visto come il primo dei rompiscatole. Intendiamoci, non hanno tutti i torti perché la legge italiana non aiuta certo la libertà di stampa! Ma il rischio maggiore di questa situazione, ne parlavo proprio con un editore qualche giorno fa, è di finire con il non dire niente per non far dispiacere nessuno. Avete presente la frase: “Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno non diremo niente”? Ecco, c’è da meditare! Tra un condizionale e l’altro, tra un taglio e l’altro, le inchieste migliori rimangono nel computer o peggio ancora vengono pubblicate quasi innocue, depotenziate.
Oggi è così o forse è sempre stato così in questo paese. O ti adegui o sono cavoli tuoi. Vuoi fare il… giornalista-giornalista? E allora comincia a cercarti un buon avvocato, uno bravo che ti tiri fuori dai guai giudiziari che di certo avrai. Prima o poi si farà vivo quel delinquente che ti accuserà di averlo diffamato dipingendolo come un delinquente. Già, perché chi lo dice che lui è un vero delinquente? Ti sei forse dimenticato di mettere la frase “per tutti gli indagati vale, ovviamente, la presunzione di innocenza”? Grave errore! E’ importante perché vedi, anche se l’Italia è uno degli Stati più criminali del mondo, è giusto essere garantisti. Almeno con le canaglie! Aspetta prima di scrivere che è davvero un delinquente. Aspetta che dopo magari sette anni si concluda il processo di primo grado e che prima dell’appello, grazie all’aiuto dei migliori avvocati, tutti i reati cadano in prescrizione. Aspetta, in modo che magari, alla fine, non si possa nemmeno dire che c’è un colpevole. Ma no, che dico, un colpevole ci potrebbe anche essere: il giornalista per esempio. I ruoli possono infatti ribaltarsi in attimo: la colpa non è più di chi ha fatto certe cose ma di chi le ha riferite in un articolo. Ora ci sei tu sul banco degli imputati, non lui. Giornalista-giornalista, eh? Era meglio se ascoltavi a Sasà… Benvenuto a fortpàsc 2.0.

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