Lega, autonomi e No Tav in corteo (Pagina)

Lungo sabato di manifestazioni nelle vie del centro di Torino
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Giornata difficile a Torino dove nel pomeriggio di sabato sono sfilati per le vie del centro ben tre cortei. Alla manifestazione nazionale indetta dalla Lega Nord contro l’immigrazione clandestina hanno risposto due contro-appuntamenti organizzati dai No-Tav per protestare contro l’alta velocità e il raddoppio del tunnel autostradale del Frejus, e dagli autonomi autoconvocatisi in piazza Castello per il “Corteo antirazzista”.
I primi a riunirsi, alle 14, sono stati alcuni comitati “No” (No Tav Torino, No Inceneritore, No F35, No CMC, No Expo, No Muos Torino, No Frejus), un centinaio di persone che hanno percorso via Garibaldi portando un lungo striscione nero: “alziamo la testa, uniamo le lotte”. In piazza Castello i manifestanti si sono uniti con il presidio dagli autonomi organizzato su Facebook contro la Lega. L’obiettivo: «impedire che Torino venga invasa dal corteo nazionale di un movimento razzista e xenofobo».
Ore 15.00, di fronte a Palazzo Madama arrivano circa 1000 attivisti. Tra le forze dell’ordine c’è preoccupazione per l’adesione alla corteo di un numero imponente di anarchici, si teme che le frange più estreme cerchino di entrare in contatto con i leghisti arrivati a Torino da tutto il nord. I seguaci del Carroccio sono 6000, giunti con 150 pullman in piazza Carlo Felice dove attendono di proseguire a piedi verso piazza San Carlo per assistere al comizio dei big della Lega.
In piazza Castello alcune finte bare, in ricordo delle centinaia di vittime della tragedia dei migranti di Lampedusa, vengono posizionate di fronte alla Polizia che, in assetto antisommossa, blocca tutti gli accessi a via Roma.

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Verso le 16 i due cortei si dividono: i comitati No Tav vanno verso via Po per poi percorrere via Bogino; gli autonomi marciano compatti in via Pietro Micca dietro uno striscione con la scritta: «nessuno spazio per i razzisti». La calma dura poco. I primi scontri delle forze dell’ordine con le frange più estreme avvengono in via San Tommaso: gli anarchici lanciano uova, bottiglie e qualche bullone all’indirizzo dei poliziotti che rispondono con delle cariche di alleggerimento. Altri scontri si verificano in via Arcivescovado, per impedire agli autonomi di penetrare lateralmente in piazza San Carlo.

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Alle 16.30 le sezioni della Lega cominciano a sfilare in via Roma, ma in piazza CLN si verifica una contestazione non prevista ad opera di una cinquantina di persone. Cominciano a volare parole grosse, i militanti leghisti rispondono con cori e fischi. Alcuni agenti sono costretti ad accorrere sul posto per rinforzare il cordone di sicurezza.

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Intanto piazza San Carlo si riempie di bandiere leghiste e l’aria si colora con il verde-Padania di alcuni fumogeni. Dal palco Roberto Calderoli inizia subito a scaldare la folla, che risponde con il classico evergreen leghista: «secessione, secessione!».
I primi interventi sono quelli del capogruppo alla Camera Giorgetti, del segretario della Lega Lombarda Salvini e del sindaco di Verona Tosi, quest’ultimo molto apprezzato dalla base. Il leitmotiv della giornata torinese dello stato maggiore del Caroccio è respingere l’accusa di razzismo e difendere a spada tratta la legge Bossi-Fini. «Alcuni giornalisti mi hanno chiesto se la manifestazione di oggi sia opportuna» dice il “padrone di casa”, Roberto Cota, «è molto opportuna, perché abbiamo delle idee per evitare quello che è successo a Lampedusa». Il governatore del Piemonte, in veste di segretario regionale della Lega, insiste sull’impossibilità di accogliere il flusso di migranti in arrivo dal Nord Africa: «Come facciamo? Andiamo fuori noi e stanno male loro». Poi la stoccata al Movimento 5 Stelle: «Abbiamo visto la consistenza dei Grillini… si stanno sciogliendo come neve al sole e per questo la Lega deve recuperare il suo spazio politico». I militanti applaudono e qualcuno profetizza soddisfatto un grande recupero elettorale. Ma a fare breccia nei cuori dei padani è soprattutto la vicinanza sul palco di Umberto Bossi («il capo», sempre applauditissimo) e Roberto Maroni.

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Il Segretario federale della Lega Nord ricorda nel suo intervento l’esperienza come ministro degli Interni. Alla domanda se è possibile fermare gli sbarchi,Maroni non ha dubbi: «Sì! Ministro Alfano, fammi una telefonata che ti spiego come si fa». La ricetta leghista è quella di pattugliare i confini delle acque territoriali italiane per rispedire indietro i barconi appena si avvicinano. «Non serve andare a Lampedusa a versare lacrime di coccodrillo», rincara la dose il segretario del Carroccio. Dalla piazza scrosciano gli applausi per un messaggio destinato ad arrivare a destinazione: solo poche ore dopo, infatti, il governo ha annunciato l’inizio dei pattugliamenti.
Il comizio termina tra lo sventolio di bandiere padane di ogni latitudine e mentre Salvini scatta una foto ricordo ai militanti con l’Ipad, Tosi e Bossi si concedono un bagno di folla. È soprattutto il «capo» a voler dimostrare di essere in forma: stringe mani e abbraccia i sostenitori, concedendo ad alcuni di loro il privilegio di provare dal vivo il suo famoso pugno.
Quando piazza San Carlo inizia a svuotarsi, a San Salvario gli autonomi fanno le barricate rivoltando in strada alcuni cassonetti. In via Madama Cristina vengono fatti scoppiare dei petardi in mezzo al traffico e la Polizia effettua alcuni fermi. La situazione si calma solo quando comincia a calare la sera e i leghisti risalgono sui loro pullman.
Finisce così un sabato di tensione dove gli oltre 1100 chilometri in linea retta che separano Torino da Lampedusa sono sembrati molti di più. Le immagini delle file di bare che la tv ci ha mostrato decine di volte, allineate nell’hangar trasformato in obitorio, sono sembrate ormai sbiadite, impercettibili, da entrambe le parti.

 – Pagina, 13/10/2013

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