Acqua di Napoli, choc tardivo (Maree)

Fa discutere il rapporto della Naval Support Activity Naples rilanciato da “L’Espresso”. Ma in una regione a lungo violentata dall’ecomafia, i rischi sulla salute causati dall’inquinamento sono davvero una novità?

«La verità è che qua stamm nguaiat!», mi disse sottovoce il consulente ambientale con cui mi trovai a discutere dei risultati dei primissimi test condotti dal comando dell’U.S. Navy sull’acqua in Campania.
Era un’afosa serata di giugno del 2008 e su una terrazza di Napoli commentammo insieme i dati raccolti in alcune abitazioni della provincia nord del capoluogo campano, già allora ritenuti «inaccettabili» dai marines americani.
Una notizia clamorosa, pubblicata in anteprima dal quotidiano Il Mattino (La Nato ai suoi: “Usate solo acqua imbottigliata”), che era però passata pressoché inosservata. Un po’ perché si trattava di risultati ancora parziali e un po’ perché cinque anni fa le conseguenze dell’inquinamento ambientale in Campania non erano cose da prima pagina. «E’ cosa ‘e niente», avrebbe detto il buon Eduardo De Filippo. Ma cos’era successo?
Nel 2008, all’indomani dell’emergenza rifiuti per le strade di Napoli e dell’hinterland, gli americani fecero analizzare l’acqua che fuoriusciva dai rubinetti di alcune case occupate dai loro militari, scoprendo così alcune tracce di sostanze «preoccupanti».
Appena le condutture delle prime 130 villette sparse tra le provincie di Napoli e di Caserta finirono sotto la lente di ingrandimento degli esperti USA, apparve chiaro che ci si trovava di fronte ad una situazione da non sottovalutare. In sei abitazioni situate tra Aversa, Bacoli, Casal di Principe, Gricignano, Varcaturo e Villa Literno venne segnalata la presenza di trialometano, triocloroetilene e diossina. Come se non bastasse, in una settima villetta tra quelle prese a campione le analisi si rivelarono anche peggiori: qui venne trovata addirittura un’alta concentrazione di tetracloroetilene, un solvente considerato molto nocivo per la salute e capace di provocare il cancro. Proprio la presenza di quest’ultimo inquinate – riferì Il Mattino – era stata confermata anche da una seconda analisi, quindi la possibilità che i test fossero errati sembrava abbastanza improbabile.
Insomma, già cinque anni fa gli americani cominciarono a capire che l’acqua della zona a nord di Napoli poteva essere davvero contaminata. Non c’era affatto da scherzare e non fu caso se alcuni marines, messi al corrente dell’esito delle analisi, chiesero immediatamente il trasferimento.
L’indagine era però solo all’inizio e fu lo stesso comando USA ad affermare che era ancora troppo presto per trarre delle conclusioni precise. Tuttavia, leggendo proprio tra le righe dell’articolo apparso sul Mattino era comunque possibile percepire chiaramente un campanello d’allarme: «Il comando dell’U.S. Navy ha fatto sapere anche che non esistono rischi per le famiglie, a patto che usino acqua di bottiglia».
Tranquillizzante, vero? Infatti subito dopo questa indagine esplorativa, invece di verificare l’attendibilità di queste analisi le autorità italiane si occuparono di altro, mentre il comando statunitense decise di commissionare un altro studio. Un “focus” più approfondito su ben 9 aree distinte, da Capodichino a Casal di Principe, area in cui sono comprese 117 residenze Usa in Campania. I risultati resi noti nel 2010 dopo due anni di campionamenti e un investimento di 30 milioni di dollari, sono quelli riproposti questa settimana sul numero dell’Espresso con una copertina-choc.


“Bevi Napoli e poi muori”, l’inchiesta dell’Espresso
Lo sreening USA è stato realizzato dalla Naval Support Activity Naples (qui il rapporto integrale) al fine comprendere i rischi ai quali si sottopongono i soldati e le loro famiglie abitando nell’area compresa tra i Campi Flegrei e la provincia di Caserta, abitualmente martoriata da fenomeni di ecomafia. Alla salubrità dell’acqua che sgorga dai rubinetti dei campani è dedicata una buona parte del dossier.
Il primo dato a destare preoccupazione è quello secondo cui il 92% dei pozzi privati che riforniscono le case della Campania costituirebbero “un rischio inaccettabile per la salute”. Ma non sarebbe da sottovalutare nemmeno la situazione degli acquedotti regionali, dove la concentrazione di arsenico riscontrata in 9 delle 14 condutture «si è rivelata superiore al livello massimo di contaminazione». Sotto accusa non sarebbero in realtà gli acquedotti in sé (le sorgenti che li riforniscono sono tutte di buona qualità) ma gli allacci abusivi che in alcuni comuni collegano la maggior parte delle abitazioni all’acqua. In alcune case, sostiene lo studio, arriva acqua di acquedotto mescolata a quella inquinata usata per l’irrigazione.
Dalla tristemente nota Terra dei fuochi fino alla meravigliosa collina di Posillipo, residenza dell’ammiraglio in capo, – spiega L’Espresso citando il rapporto USA – «non ci sono santuari a prova di veleno». I rischi per la salute esisterebbero ovunque, persino nel centro di Napoli. Nel cuore del capoluogo uscirebbe acqua pericolosa dal 57% dei rubinetti a causa dei soliti pozzi clandestini che farebbero penetrare i veleni nelle condotte urbane, un rischio che tenderebbe ad aumentare soprattutto in provincia. Per questo motivo, scrivono ancora gli americani, è impossibile indicare zone sicure dove risiedere: «in tutta la regione bisogna usare soltanto acqua minerale per bere, cucinare, fare il ghiaccio e anche lavarsi i denti». La situazione sarebbe decisamente compromessa intorno a Casal di Principe, Villa Literno, Marcianise, Casoria e Arzano, dove alcune abitazioni sono risultate allacciate a pozzi contaminati da composti cancerogeni. In particolare tra Casal di Principe e di Villa Literno gli scienziati americani avrebbero rilevato la presenza di tetracloretano, un liquido incolore ma dall’odore nauseabondo usato nella preparazione delle vernici e di altri prodotti chimici.
C’è poi lo spettro dell’uranio. Gli esami lo hanno individuato in quantità alte ma sotto la soglia di pericolo in 131 delle 458 case esaminate. Ma quando si è analizzata l’acqua dei pozzi lo si è trovato in misura rilevante nell’88% dei casi, mentre nel 5% il livello è del tutto “inaccettabile”. Anche in questo caso i campioni di acqua provenivano dall’area di Casal di Principe e Villa Literno, dove in un pozzo su 20 ne è stata riscontrata una presenza tale da mettere a rischio la salute. Si tratta della stessa zona che secondo l’ex boss dei Casalesi Carmine Schiavone, sarebbe stata utilizzata come discarica per sversare dei fanghi nucleari provenienti dalla Germania.

Polemiche per la copertina, bufera sull’Espresso
La pubblicazione di “Bevi Napoli e poi muori” ha indispettito non poco il consigliere regionale della Campania Corrado Gabriele, che ha ipotizzato per l’Espresso, reo di aver rilanciato con enfasi il documento americano, il reato di procurato allarme. Per questo motivo il consigliere ha annunciato di voler presentare un esposto alla Procura della Repubblica per chiedere «di accertare se non sia il caso di verificare gli estremi della violazione dell’articolo 658 del Codice Penale e vietare l’uscita in edicola di domani (venerdì 15 novembre nda) delle copie de L’Espresso».
La copertina del settimanale «è offensiva e andrebbe censurata», ha attaccato ancora Gabriele, perché crea un «danno all’economia campana e soprattutto il danno psicologico per milioni di cittadini napoletani e campani che oltre a subire le conseguenze dei rifiuti seppelliti in Campania devono vivere nel terrore di utilizzare l’acqua e i prodotti agricoli della nostra terra».
Analoghe reazioni nei confronti dell’Espresso sono arrivate dal capogruppo dei socialisti alla Camera, Marco Di Lello, e da alcuni assessori della giunta Caldoro. «Il settimanale – hanno dichiarato – si avvia a condurre una campagna che rischia di diventare lesiva nei confronti di Napoli e della Campania in generale. Valuteremo tutte le azioni a tutela dei cittadini, dei produttori e delle Istituzioni. Tutte le inchieste sono utili, ma altra cosa è l’uso che si presta a strumentalizzazioni contro una terra che è ricca di prodotti di qualità, di risorse naturali e paesaggistiche».
Di fronte alla minaccia di azioni legali non ha tardato ad arrivare la ferma risposta della direzione dell’Espresso: «Pensiamo che far finta di niente e prendersela con chi fa informazione invece che con chi dovrebbe impedire il traffico di rifiuti tossici gestito dalla criminalità organizzata può solo peggiorare la vita di chi vive in quelle zone e da anni sopporta le terribili conseguenze dell’inquinamento».

«Titolo diffamatorio», De Magistris querela
L’ultimo ad unirsi al coro degli indignati è il sindaco di Napoli De Magistris che ha annunciato che chiederà un miliardo di danni per una copertina definita «vergognosa». De Magistris ha parlato di «un attacco premeditato contro Napoli, portato da quei poteri forti che vogliono mettere le mani sulla città in un momento decisivo». Il titolo dato de L’Espresso all’inchiesta è stato definito dal primo cittadino partenopeo «diffamatorio», pericoloso «come un proiettile» per gli effetti devastanti che può avere sull’opinione pubblica.
De Magistris ha dichiarato che «l’acqua di Napoli è la più controllata d’Italia». Anche l’agenzia comunale Abc (Acqua bene comune) ha «rassicurato tutti gli utenti» spiegando che l’acqua del capoluogo rispetta «i parametri di potabilità previsti dalle leggi vigenti».
Controreplica dell’Espresso: «Nel dossier dell’US Navy sono esaminati anche i risultati dei controlli sulla rete idrica dei tecnici dell’Arin (l’azienda comunale napoletana dell’acqua), che vengono ritenuti per metodologia e tecniche della campionatura non comparabili agli standard statunitensi. Per questo i test sono stati ripetuti dagli specialisti americani per valutare i livelli di 241 sostanze potenzialmente pericolose per la salute». E allora?
Un osservatore attento non può non notare come l’intera vicenda assuma contorni curiosi. Infatti tra le analisi americane e quelle dei tecnici napoletani sembra esserci un’enorme differenza. Com’è possibile? Al di là della copertina, diffamatoria o meno, sono quindi i contenuti del rapporto USA a dover essere attentamente considerati e, nel caso, smentiti con dati alla mano. A Napoli non mancano di certo gli esperti capaci di valutare la situazione con la giusta competenza e imparzialità. Adesso la risposta più importante ed attesa spetta proprio a loro.

 – Maree, 16/11/2013

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in Ambiente e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.