Tito Campanella, storia di un naufragio (Maree)

La motonave Tito Campanella. Foto: archivio Navi e Armatori

Era il 14 gennaio 1984. La nave da carico, 13.342 tonnellate di stazza lorda, scompare nelle acque del Golfo di Biscaglia. A bordo 23 uomini e una donna.

Un “Atto di Dio”. Con questo termine la gente di mare usa definire una tragedia provocata dalle forze della natura o più semplicemente da un destino crudele. Altre volte ai marinai capita che al fato avverso si aggiunga l’incuria degli uomini che rende ineluttabile la disgrazia. Tante sono le sciagure avvenute in mare per un concorso di cause, troppe per essere ricordate nel giorno del loro anniversario, anche solo da un modesto articolo di giornale. Ma ce n’è una in particolare che la marina mercantile italiana non potrà certamente mai dimenticare.
Era il 14 gennaio 1984, giusto trent’anni fa. Nell’Oceano Atlantico c’era burrasca con onde alte dieci metri e mare forza 8. La nave da carico italiana Tito Campanella, 13.342 tonnellate di stazza lorda, di proprietà della società Alframar di Savona, scomparve nelle acque del Golfo di Biscaglia. A bordo c’erano 23 uomini e una donna (Alga Soligo Malfatti, primo ufficiale nonché moglie del comandante); nella stiva oltre 20.000 tonnellate di lamiere di metallo attese a Eleusis, in Grecia.
Un naufragio la cui dinamica rimase a lungo oscura, perché senza testimoni e senza superstiti. Cosa accade quel disgraziato giorno nelle acque gelide dell’Atlantico? Probabilmente, il carico portato a bordo del mercantile nel porto svedese di Oxolesund, appena una settimana prima che se ne perdessero le tracce, era stato stivato male. Questa almeno fu la conclusione alle quale giunse nel 1986 la Commissione d’indagine amministrativa nominata dal ministro della Marina Mercantile: la Tito Campanella colò a picco a causa «dello spostamento del carico».

Il Porto di Savona

Una «carretta piena di ruggine»
«Sembra accertato», scrisse il 26 gennaio 1984 l’Unità, «la Tito Campanella era fatiscente e non affidabile». Un giudizio che non deve stupire visto che un perito svedese nel dicembre 1983 firmò un rapporto nel quale si diceva: «La nave presenta numerose deformazioni in tutte le stive, interessanti strutture trasversali e paratie». Inoltre, come sostenne la Commissione d’indagine, la stazione telegrafica di bordo era fatiscente, il personale a bordo insufficiente e i mezzi di salvataggio erano vecchi.
Altri dubbi sullo stato non certo perfetto dal mercantile arrivarono anche da Raffaella Dorati, figlia di Giovanni Dorati, marconista sulla Tito Campanella. In un’intervista pubblicata sulla La Stampa Sera la donna rese pubblica l’ultima lettera del padre: «Me la scrisse il 28 dicembre da Oxolesund dove la Tito Campanella aveva fatto una sosta, prima di ripartire per il Pireo» – raccontò la donna – «la ricevetti mentre ero in vacanza in montagna il 14 gennaio, proprio il giorno in cui la nave troncò le sue comunicazioni radio. Legga. Mio padre ha humor, sa accettare ogni situazione, non voleva allarmarmi, ma da ogni parola trapela lo sconforto».
Nelle parole scritte da Giovanni Dorati la nave scomparsa veniva descritta come una specie di relitto galleggiante: antenne strappate dal vento, radar fuori uso, un rollio che rendeva difficoltoso stare in piedi. «Cerco di riparare quel che posso con pezzi di ricambio, mi pare d’essere ritornato ragazzo e di giocare ai pirati», scrisse il marconista alla vigilia del disastro. Eppure, nonostante tutto ciò, il Registro navale rilasciò il nulla osta all’impiego della motonave, che infatti venne rimessa in esercizio dopo undici mesi di disarmo. «Perché la Tito Campanella fu autorizzata a navigare?», domandarono tra le lacrime i familiari dei marinai scomparsi.

Il Porto di Savona

Un tragico Rondò
In rete è possibile anche leggere la testimonianza di un marinaio imbarcato sulla Tito Campanella e miracolosamente scampato al naufragio: «Mi imbarcai a Rotterdam a dicembre. Già la vista della nave era tutto un programma, sicuramente per chi come me veniva dalle navi da crociera. Non si può dire che la nave fosse in gran forma… La nave al tempo caricava fosfati nel porto di Casablanca, in Marocco e li scaricava nel porto di Rotterdam. Il viaggio fu piuttosto burrascoso, il mare lungo quel percorso è quasi sempre agitato e la nave veniva sballottata da un lato all’altro dalle onde. Eppure ripensandoci, nonostante tutto, non immaginavo quello che sarebbe poi successo…».
Comunque sia, malandata o no, la Tito Campanella lasciò la Svezia la mattina del giorno 7 gennaio 1984 e quattro giorni dopo fece rifornimento di carburante in un porto Belga, prima di riprendere il mare per l’ultima volta. Il giorno 13, quando il cargo si trovava a 150 miglia dalla punta nord occidentale della penisola iberica, il comandante Luigi Specchi di Viareggio si mise in contatto con l’armatore a Savona: «Tutto bene a bordo, il mare è agitato ma non più di forza 6».
Poi arrivò quella notte da incubo nell’Atlantico in tempesta. Tutto avvenne in un baleno, probabilmente davanti a Capo Finisterre. La forza delle onde sposò le lamiere che si riversarono sulle deboli fiancate della motonave, squarciandole come burro. La Tito Campanella colò a picco senza che l’equipaggio in servizio sul ponte potesse nemmeno rendersi conto che era prossima la fine.
«Ricordo perfettamente quel giorno, fecero uno speciale TG1 la sera», scrive Pasquale commendando il post dell’ex marinaio che ricorda la vicenda della nave scomparsa, «era ospite una ragazza, figlia di uno dei marinai e da allora la sigla dello speciale TG1 (Rondò Veneziano) mi ricorda la Tito Campanella».

Armi sovietiche e rifiuti tossici, un giallo nel giallo
Nella triste storia della Tito Campanella trovarono spazio anche alcune strane voci raccolte dalla stampa di allora e mai confermate. Ipotesi tanto inquietanti quanto fumose. Tutto cominciò quando sul tavolo del Procuratore della Repubblica di Savona arrivarono le dichiarazioni di un marinaio fiorentino, tale Fabio Bruni, anch’egli scampato alla tragedia dopo essere stato a lungo imbarcato a bordo della Tito Campanella come motorista. Dal 1984 al 1988, Bruni affermò che la nave savonese sarebbe stata utilizzate per il trasporto di armi sovietiche e rifiuti tossici.
«Bruni ha detto di aver deciso di fare le sue rivelazioni solo adesso, dopo aver subito molte minacce ed anche un’aggressione, perché sa di essere malato di cuore e di avere il destino segnato», raccontò La Repubblica del 30 giugno 1988. Ecco quindi la testuale dichiarazione del marinaio rilasciata al quotidiano: «Ho già subito due infarti e non posso essere operato. Non mi resta molto da vivere e per questo non voglio custodire da solo il segreto, per un atto di verità e di giustizia nei confronti delle famiglie delle vittime. La Tito Campanella veniva usata per traffici illeciti. Nel viaggio precedente, ad esempio, aveva trasportato un grosso carico di armi ed un gran quantitativo di gas nervino, sigillato in grossi blocchi di cemento, imbarcati in Marocco e scaricati in Francia».

tito2La Tito Campanella, proseguì Bruni, scaricò in quel viaggio a Casablanca la zavorra e caricò dei laminati di acciaio e dei minerali, per lo più dei solfati. «Poi anche una cassa di mitragliatrici di fabbricazione sovietica. Infine dei blocchi di cemento che avevano ben visibile un cartello con la scritta: pericolo, materiale radioattivo. Chiesi spiegazione al nostromo ma mi disse che era zavorra per tenere in assetto la nave. Improvvisamente però cambiò la destinazione del viaggio. Dovevamo andare in Grecia ed invece, causa un presunto guasto ad entrambi i radar, che secondo me era solo una scusa, tornammo in Europa. Durante la navigazione, anche di notte, i radar continuavano a girare e dunque non mi spiegavo quale era il guasto. Una sera, a cena, ascoltai una breve conversazione a tavola tra il comandante e la moglie, che era il primo ufficiale. Disse il comandante: Sì, è gas nervino. Bisogna andare con molta cautela… Con i radar che non avrebbero funzionato attraversammo il Golfo di Biscaglia ma anziché riparare in Italia, a Genova, dove avremmo avuto la massima assistenza tecnica, andammo in Francia. Attraccammo al porto di Le Havre, di notte, in una darsena deserta. Lì furono scaricati i blocchi di cemento contenenti il gas nervino e la cassa di mitragliatrici. Qualche giorno dopo giunse dall’Italia un tecnico, così era chiamato, per riparare il presunto guasto ai radar».
La rotta della Tito Campanella, sostenne Bruni, riprese quindi da Le Havre e questa volta il cargo giunse a destinazione nel porto greco di Eleusis, dove finalmente vennero scaricati i laminati e i minerali. «Proprio quel giorno» – ricordò il marittimo fiorentino – «vidi imbarcare altre casse di materiale sospetto, con scritte in russo e strane figure. Allora decisi di farla finita, ne avevo parlato anche con un collega che abitava a Marina di Carrara, l’avevo quasi convinto a fare altrettanto, ma poi ci ripensò. Ed è morto su quella maledetta carretta. Al momento di sbarcare il comandante mi disse che facevo male perché, sue testuali parole, qui corre il dollaro. Ed in effetti guadagnavo bene, anche tre-quattro milioni al mese, assai più della paga contrattuale».
Sia sulle telefonate di minaccia che sulla presenza delle armi sulla nave il motorista informò i Carabinieri con un esposto. Tuttavia è bene ribadire nuovamente che le accuse di Bruni, tanto gravi quanto inquietanti, non vennero mai provate. Al momento dunque, trent’anni esatti dopo il naufragio della Tito Campanella, nulla di certo si può dire a riguardo di eventuali traffici illeciti che coinvolsero il mercantile.

Dall’affondamento all’inchiesta giudiziaria
La sentenza di primo grado del processo sul naufragio della Tito Campanella arrivò dopo sei anni. Nel 1990 i giudici del tribunale di Savona condannarono a 1 anno e 8 mesi per omicidio plurimo e disastro colposo uno dei soci della società amatrice della nave, un ispettore del Rina, il comandante del porto di Oxelesung e il dirigente della squadra che eseguì le operazioni di carico sulla motonave. Secondo l’esito di alcune perizie d’ufficio richieste dal tribunale di Savona infatti, la Tito Campanella non era in condizioni di affrontare il viaggio dalla Svezia alla Grecia perché le sue strutture erano compromesse. Vennero invece assolti per «non aver commesso il fatto» altri otto imputati.
Nella motivazione della sentenza (cento pagine dattiloscritte) i giudici scrissero: «Due circostanze hanno grande risalto: il mancato invio di segnali di soccorso e il mancato ritrovamento di relitti. Il naufragio della motonave fu improvviso e immediato. L’invio di segnali di soccorso è operazione che richiede pochi secondi ed è da escludere l’impossibilità di ricorrervi dovuta ad avaria dell’apposito impianto giacché il personale di bordo poteva ricorrere ad altre possibilità di collegamento oltre a quelle usuali. La Tito Campanella si inabissò in una frazione di tempo limitatissima». Per ciò quanto riguarda le ipotesi che portarono al naufragio si legge: «Ipotizzando che la sommersione sia avvenuta allorché essa (la nave nda) venne a trovarsi nelle peggiori condizioni meteomarine, l’evento letale non sarebbe avvenuto senza lo sbandamento dovuto allo spostamento del carico».

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Passò un altro anno, il settimo dalla scomparsa della della nave, e a giugno del 1991 i giudici della seconda sezione della Corte d’appello di Genova assolsero questa volta tutti gli imputati nel processo. «Non ci sono responsabili per il naufragio della Tito Campanella», titolò il quotidiano La Stampa commendando la sentenza. Fine. All’italiana…

 – Maree, 11/01/2014

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