Bidonville, sgombero e futuro incerto (Pagina)

Per iniziare a scorgere la mega-favela di Lungo Stura Lazio bisogna attraversare Ponte Amedeo VIII, in zona Barca. Siamo a Torino, Italia, non nel sobborgo di una capitale africana, eppure eccola lì l’incredibile bidonville a due passi da casa nostra. Mano a mano che ci si avvicina si distinguono sempre più chiaramente le assi di legno sistemate dai nomadi in modo da assomigliare vagamente a delle case. Viste da qui, seminascoste dalla vegetazione che cresce caparbia sulla sponda del torrente Stura, quelle squallide catapecchie non sembrano nemmeno tante. Ma è solo un’illusione. Questa città nella città che la miseria ha reso invisibile è abitata da oltre mille persone che vivono da anni in condizioni disumane all’interno di baracche e roulotte, circondate da montagne di rifiuti.
Lungo Stura Lazio è il più grande campo nomadi abusivo di Torino, ma c’è chi dice sia anche il più grande d’Europa. Un “primato” poco invidiabile che potrebbe avere, se non i giorni, almeno i mesi contati. Lo sgombero dell’intera area occupata è iniziato all’inizio di questa settimana. Ne hanno già parlato un po’ tutti i più importanti giornali torinesi, quindi siamo in ritardo. Un ritardo cercato di proposito. Abbiamo aspettato apposta che terminasse l’evento mediatico organizzato per far bighellonare tranquillamente alcuni giornalisti tra le catapecchie per qualche ora, così da poter andare a vedere con i nostri occhi cosa sta succedendo sulla sponda della Stura.

Decostruzione sì, ruspe no
Da una prima occhiata si ha l’impressione che in Lungo Stura Lazio non stia accadendo nulla di nuovo. Sui marciapiedi di strada Settimo c’è il solito viavai di ragazzi rom in mountain bike che portano nei cestini sistemati sui parafanghi le cose “interessanti” raccattate nei cassonetti di tutta Torino, mentre alla fontana accanto al distributore di carburante qualcuno riempie di acqua potabile delle taniche di plastica. Per vederci chiaro non c’è altra soluzione, bisogna farsi un giro nel campo.
«Per diventare dei bravi cronisti bisogna consumare le suole delle scarpe», ci avevano detto quando abbiamo cominciato a fare questo mestiere. Quello che però avevano omesso di dirci è che, a volte, le scarpe ce le saremmo anche sporcate di fango. Ce n’è dappertutto nei terreni occupati lungo il fiume e insieme al fango ci sono delle vertiginose cataste di immondizia abitate da una marea di topi. Anche in questo caso, nulla di nuovo. Gli unici segnali che fanno intuire che è in corso una smobilitazione sono la presenza discreta sulla strada di un’ambulanza e di alcuni mezzi dell’Esercito. Già, perché la strategia adottata dal Comune per sgomberare il campo è decisamente soft.
Siamo a Torino e qui il cosiddetto effetto Le Pen non funziona. Così saranno rimasti delusi quelli che pensavano di veder rase al suolo le baracche in un baleno con le ruspe, esattamente come era accaduto lo scorso ottobre a Marsiglia nel campo nomadi del quartiere della Capelette.
Da noi l’idea per superare l’emergenza rom si chiama “svuotamento condiviso”. Significa che gli abitanti di Lungo Stura Lazio se ne andranno, almeno sulla carta, volontariamente. Anzi, qualcuno ha già iniziato a smantellarsi da solo la baracca. In linea ipotetica tutto sembrerebbe poter condurre felicemente (?) alla risoluzione del problema in tempi ragionevoli. Ma è davvero così? Tra gli abitanti del campo abbiamo raccolto delle opinioni critiche.

Money rom
Alla base di tutto ci sono i soldi. Tanti. Gli stessi che come si dice fanno girare il mondo, figuriamoci se non fanno spostare un campo nomadi. Li aveva stanziati Maroni proprio per fronteggiare l’emergenza rom, fondi UE il cui utilizzo a questo scopo era stato poi dichiarato illegittimo dal Consiglio di Stato. A nulla era servito il ricorso da parte del governo, respinto nel maggio di quest’anno. Si è dovuto quindi attendere che il denaro venisse riassegnato in qualche modo attraverso un accordo con il Comune di Torino. Di quanti soldi stiamo parlando? Per l’esattezza di 5.193.167,26 euro, buona parte dei quali destinati a Lungo Stura Lazio e all’altro insediamento rom abusivo di corso Tazzoli. A questi vanno sommati ulteriori 378.100 euro che verranno impegnati per presidio delle aree, perennemente a rischio di nuove occupazioni illegali.
Con il fieno in cascina viene creato un comitato di indirizzo che da gennaio 2013 lavora per formulare un bando “per la gestione di iniziative a favore della popolazione rom”. Passano altri dieci mesi e a novembre 2013 i fondi se li aggiudicano alcune cooperative che operano a favore dei rom (Valdocco, Liberitutti, Stranaidea, Terra del Fuoco, AIZO) e la Croce Rossa.

Sgombero condiviso, futuro incerto
Arriviamo così a lunedì 20 gennaio 2014, quando dalle parole scritte sul capitolato speciale d’appalto si è passati ai fatti. Il primo passo è stato quello di selezionare cinque famiglie “modello”, cioè probabilmente le uniche dei 120 nuclei presenti nell’accampamento, in cui uno dei membri può vantare un lavoro stabile. In tutto diciotto persone. Si tratta di quei fortunati che hanno lasciato il campo tra lunedì e martedì, quelli immortalati negli scatti dei colleghi della Stampa e di Repubblica mentre si auto-distruggono la baracca a colpi di piccone. Oggi il luogo in cui sorgevano quelle stamberghe è praticamente sgombro e i loro ex abitanti hanno trovato alloggio in una social housing in zona Aurora. Dovrebbero rimanerci al massimo per un paio d’anni e, grazie ai fondi, pagare (al Comune) l’affitto e le utenze. Dopo di che… chi vivrà, vedrà.
Ancora più complesso è capire come e dove verranno sistemati tutti gli altri nomadi, quelli poco o per nulla “modello”. Che fine faranno? A quanto pare chi non potrà essere accompagnato verso una locazione privata verrà destinato ad altre residenze temporanee o indirizzato verso il rimpatrio volontario. In pratica o li sistemeranno da altre parti (definitivamente?) oppure li manderanno via (definitivamente?). È lo stesso capitolato d’appalto a prevedere uno scenario complesso: «Si stima che molte persone non potranno essere coinvolte nelle soluzioni sopra individuate e dunque si renderà necessario trovare una collocazione in aree caratterizzate da interventi di auto-costruzione che forniscano maggiori garanzie di sicurezza».
Ecco, sembra essere proprio questo connotato di forte transitorietà il punto debole del piano rom “made in Turin”: non è chiaro che cosa accadrà quando i fondi finiranno. Ce la faranno, per esempio, gli ospiti delle social housing a pagarsi da soli le spese anche dopo l’iniziale periodo di aiuti? Non si sa, ma questo passa il convento e ai rom che speravano in una sistemazione definitiva come il poter rientrare nelle graduatorie per l’assegnazione di una casa popolare, non resta che adeguarsi.
Il lato senza dubbio positivo del progetto studiato dal Comune riguarda invece gli abitanti delle zone limitrofe al campo, che si sono spesso lamentati per la difficile convivenza con i rom. Troppi (comprensibili) attriti, da una parte e dall’altra, protratti negli anni e per i quali urgeva trovare una soluzione. Eccola dunque: qualche baracca l’hanno già demolita davvero, tipo quella che era adibita a bar e metteva a disposizione degli abitanti di Lungo Stura Lazio la tv e un computer collegato ad internet. Ma lo “sgombero condiviso” della bidonville prosegue e proseguirà a lungo. Lentamente. Ci vorranno almeno sei mesi perché il terreno sia definitivamente libero, forse un anno. Intanto però i soldi girano e accanto alle baracche il fiume scorre. Come sempre.

 – Pagina, 22/01/2014

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in Torino e Piemonte e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.