Quartieri Spagnoli, una città in 170 isolati (Infooggi)

«All’anema e chi t’è muort!», urla un ragazzo a bordo di uno scooter spuntato all’improvviso da uno dei vicoli che si aprono su Via Toledo. Mi schiva per un soffio proprio mentre sto per entrare per la prima volta nei Quartieri Spagnoli, il famigerato ventre di Napoli.
Quindicimila abitanti, ottocentomila metri quadrati di palazzi storici tanto affascinanti quanto “sgarrupati”, spalmati all’insù verso la salita del Montecalvario. Ci sono arrivato in questo pomeriggio di gennaio perché voglio fotografare Napoli da una prospettiva diversa e meno banale della solita terrazza della Certosa di San Martino. Così ho chiesto in giro e mi hanno detto: «Se vuoi vedere il miglior panorama della città devi venire ai Quartieri Spagnoli». Già, ma come mi è venuto in mente di accettare l’invito a infilarmi in queste stradine che sembrano la quintessenza dell’insicurezza? I Quartieri, come i napoletani chiamano la zona edificata alla fine del XVI secolo per accogliere le truppe di soldati spagnoli, sono formati da centosettanta isolati separati da viuzze larghe appena pochi metri. Ci finisci dentro se non sai dove stai andando o se decidi di entrare in uno qualsiasi dei vicoli che da destra si infilano come cannucce nel fiume di folla diretta verso Piazza Plebiscito.
È opinione diffusa che se non ci sei nato, se non ci vivi, e soprattutto se come me non sei nemmeno napoletano, ai Quartieri Spagnoli è meglio non metterci piede. Una convinzione che è rimasta anche se a differenza di quanto accadeva vent’anni fa, oggi tra i vicoli non si spara quasi più. Il rischio maggiore non è di trovarsi in mezzo ad un regolamento di conti tra i clan della camorra, ma piuttosto quello di essere aggrediti o rapinati da criminali comuni o dalle baby gang. E la possibilità di trovarsi faccia a faccia con qualche malintenzionato aumenta quando fa buio, cioè proprio come adesso. Ho letto da qualche parte che si commette un reato ogni sei secondi in questa zona della città. Sarà vero? Ah, al diavolo le domande che non dovrei pormi, al diavolo le risposte che non dovrei cercare e al diavolo anche gli stereotipi che vogliono i Quartieri Spagnoli impregnati di violenza e degrado. Ho deciso di visitarli e di toccare con mano l’immagine di Napoli più consumata, ma anche quella più affascinante.

Il confine non segnato tra le via del turismo e dello shopping con il microcosmo che, per scelta o suo malgrado, vive nei Quartieri Spagnoli è una bancarella che vende magliette da calcio, proprio all’inizio di Vico Giardinetto. Tra un palazzo e l’altro si rincorrono tante bandierine di tutte le nazioni. Sembrano messe apposta per convincere il forestiero a cedere alla tentazione di penetrare nel vicolo. Ci sono luci, colori, voci: il caos. Da una prima occhiata mi sembra di essere finito nell’Agglomerato Nord, il fantascientifico e tentacolare scenario urbano del film Nirvana di Gabriele Salvatores.
Lunghe schiere di palazzi si fronteggiano a distanza ravvicinata e danno l’impressione di essere all’interno di un labirinto. Un grande labirinto composto da seicento condomini che già ai tempi in cui ospitavano le guarnigioni borboniche divennero un luogo di perdizione, di piaceri e di pericoli. A nulla poterono i tentativi del viceré di Napoli, don Pedro de Toledo di riportare l’ordine nei bassifondi, la natura dei vicoli ha fatto sì che in essi continuassero sempre a vigere altre regole e altre leggi. Contrabbando, prostituzione, malavita: nei Quartieri succedeva di tutto e, in qualche modo, di tutto succede ancora oggi.
Cammino lentamente sotto file di panni stesi alla ricerca del sole che nei vicoli entra a fatica e non solo perché è prossimo il tramonto. Io sono vestito in modo discreto con l’unica eccezione della borsa nella quale tengo la macchina fotografica. È il mio punto debole. Cerco di sembrare disinvolto e provo a seguire alla lettera l’unico consiglio che mi è stato dato quando ho detto che sarei andato a farmi un giro da queste parti: «Se ti fai i fatti tuoi, quasi sempre non ti succede niente». Farmi i fatti miei, guardare a terra e non per aria, ecco cosa devo fare. È semplice. Ma si sa che i buoni propositi, quando si scontrano con la curiosità, sono destinati a morire giovani. È ovvio infatti che nessun forestiero, e meno che mai io che di mestiere faccio il giornalista, può fare a meno di mettersi a spiare all’interno dell’abitazione tipica dei vicoli di Napoli: il basso. Si tratta di piccoli appartamenti a cui si accede direttamente dalla strada. I bassi sono grossomodo di due tipi. Ci sono quelli con la zona notte e la zona tutto-il resto e quelli composti da un’unica stanza: la zona tutto-quanto. Nei Quartieri esistono circa 900 bassi nei quali vivono famiglie composte anche da cinque/sette persone. Costoro sembrano ormai abituati agli sguardi indiscreti dei passanti che li osservano mentre mangiano, parlano al telefono con un parente o mentre guardano “Affari tuoi” sul mega-schermo LCD della zona tutto-quanto. Ne sono sicuro, se fossimo a New York, abitare in un basso sarebbe certamente molto cool.

Sono le 16.20. Il pallido sole di questo giorno d’inverno comincia vistosamente a calare e il cielo sopra i Quartieri Spagnoli diventa azzurrognolo. Tra non molto l’ombra si riprenderà i vicoli.
Io sto ancora percorrendo Vico Giardinetto alla ricerca di un indirizzo che non trovo. È l’indirizzo da dove finalmente potrò fotografare lo skyline di Napoli dal ventre di Napoli. La città vista dai suoi storici bassifondi. Non voglio delle foto-cartolina, spero invece di ottenere delle immagini “vere” di questa metropoli controversa, eccessiva, che o si ama o si odia. Per riuscirci devo abbandonare il livello strada e salire in alto, sui tetti dei Quartieri Spagnoli, alla ricerca di un nuovo punto di vista. Il terrazzo che l’amico di un amico mi ha messo a disposizione andrà benissimo per questo scopo, mi basterà solo trovare il posto che ho segnato sul mio taccuino: Via Concordia. A dire il vero è una cosa più facile a dirsi che a farsi dal momento che le vie che mi capita di incrociare sono prive della targa che dovrebbe segnalarne il nome. Proseguo a zig zag tra sciami di motorini con a bordo ragazzi senza casco che impennano e sfrecciano in ogni direzione. Il contromano è una filosofia di vita nei Quartieri.
Più mi addentro in questi budelli più noto che la mancanza cronica di spazio viene compensata da molti abitanti con una serie di singolari abusi edilizi: balconcini abusivi, cortiletti con tanto di ringhiera piazzata sul suolo pubblico e paletti illegali per bloccare il passaggio delle auto (soprattutto quelle dei Carabinieri…). E infine, ma non ultimi, una serie di altarini contornati da neon blu molto kitsch. Sono Madonnine e Padri Pio che vegliano sulle foto dei defunti del committente della costruzione abusiva. Forse si tratta di persone passate serenamente a miglior vita, forse sono morti sparati in qualche faida. Chi può dirlo
Mi convinco finalmente a chiedere informazioni ad un signore di mezza età che sta fumando una sigaretta fuori da un basso: «Scusi, per Via Concordia?». «Voi andate sempre dritto, oltre le scale girate a sinistra», mi risponde. Seguo le indicazioni e finalmente arrivo all’indirizzo dell’amico-dell’amico, un palazzo sgarrupato più o meno come tutti gli altri. Provo a cercare il nome della persona che mi metterà a disposizione il suo terrazzo per le foto ma il citofono è talmente mal ridotto che i nomi non si leggono più, quindi senza ulteriori esitazioni entro nel portone. Cerco l’ascensore. L’ascensore non c’è. Ci sono invece delle scale di pietra che spuntano a lato di una piccola chiostrina quadrata. La luce fioca dei pianerottoli che rimbalza sui muri scrostati mi conduce fino alla porta d’ingresso dell’attico al quinto piano. Chissà quanto si paga di condominio qui nei Quartieri…
L’amico dell’amico lo chiameremo Ernesto. È un tipo cordiale, tranquillo e di ottima cultura. Finora avrei trovato strano conoscere un personaggio del genere nei Quartieri Spagnoli e invece non lo è affatto. Secondo Ernesto la stragrande maggioranza della gente che abita da queste parti è onesta, simpatica e sorridente. C’è anche chi delinque, certo, ma tutti gli altri sono semplicemente soggiogati dalla prepotenza della criminalità e rassegnati alla colpevole assenza dello Stato. «E anche con il nuovo sindaco non è cambiato niente, tante promesse e poi…», mi testimonia cinico e sconfortato il padrone di casa. Sarei tentato di lanciarmi in una dotta discussione sui mali che affliggono l’antico borgo spagnolo, ma non è per questo che sono venuto fin qui. Sono qui per vedere Napoli attraverso l’architettura vertiginosa e decadente dei Quartieri.
Tanto per cambiare Ernesto mi invita a salire un’altra rampa di scale, quella che dal suo appartamento porta fino al tetto dell’edificio. C’è una porta lì in cima che appena liberata dal lucchetto dà accesso ad una terrazza disposta su vari livelli, piena di piante di ogni tipo, che domina dall’alto tutto il centro storico. Ecco come i Quartieri vedono Napoli, come un’onda di tetti piatti rossi, verdi e grigi che si infrange nel mare del Golfo. C’è anche il porto in lontananza, con le navi mercantili da un lato e i traghetti dall’altro. «Tra poco dovrebbe partire quello per Palermo», dice Ernesto che da quassù saprebbe darmi informazioni su tutto il traffico marittimo del Tirreno.
Io intanto tiro fuori la fotocamera dalla borsa e inizio a scattare. Uno, dieci, venti, trenta “click” per portarmi via almeno un po’ di questo panorama eccezionale. Un pezzo di Napoli che secondo il padrone di casa è pure a buon mercato. Per comprare sessanta metri quadrati in questi vicoli servono appena settantamila euro, mentre più o meno per lo stesso appartamento, nei pressi di Via Medina, ce ne vogliono più di trecentocinquantamila.

Si accendono le prime luci nei Quartieri. Il Maschio Angioino e la cupola della Galleria Umberto I sembrano lì, a due passi. Sulla sinistra c’è il grattacielo del Jolly Hotel e di fronte, oltre la selva di antenne rivolte rigorosamente verso il Monte Faito, svetta maestoso il Vesuvio. Ma è la vitalità dei vicoli a meravigliare davvero da quassù. Il differente punto di osservazione mi offre la possibilità di cogliere altre dimensioni. Rivolgo quindi l’obiettivo verso il basso, seguendo le “ferite” scavate dalle stradine dei Quartieri sul volto di Napoli, quello più segnato e tagliente. Tuttavia so già che la mia fatica nel prodigarmi tra tempi e diaframmi sarà inutile. Le fotografie non potranno mai riprodurre le mille sfumature che rendono unico questo momento. Nei miei scatti non ci saranno i profumi delle cucine che salgono dai vicoli: sugo, vongole, pesce a volontà. Mancheranno le risate degli scugnizzi che giocano a pallone di sotto con le maglie di Hamsik e Higuain, ma che se gli chiedi chi è il loro giocatore preferito ti rispondono ancora: «Maradona!». E non potrò riprodurre nemmeno gli acuti arabeggianti di uno degli apprezzatissimi (almeno qui!) cantanti neomelodici, diffusi dallo stereo di una mansarda in Via Speranzella.
È arrivata l’ora di andar via, di uscire dai Quartieri. Saluto Ernesto e ritorno sui miei passi. Tre bambine di non più di sette anni che parlano tra loro in dialetto napoletano stretto mi precedono sulla via del ritorno nella cosiddetta Napoli bene. Respiro profondamente, mi guardo intorno e sento di essermi lasciato alle spalle molti dei pregiudizi che avevo prima di entrare in questi vicoli troppo chiacchierati e troppo poco conosciuti. Adesso, rilassato lo sono per davvero. Mi sono bastate tre ore per cominciare ad abituarmi ai Quartieri Spagnoli. Un bizzarro “pianeta” sotto al Vesuvio, dove si può trovare l’essenza di un’intera città in appena centosettanta isolati.

 – Infooggi, 22/01/2014

 

* Tutte le foto le trovate qui.

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