Ultime ore di FIAT sotto la Mole (Pagina)

Ventiquattro ore, non di più, poi Torino perderà la sede centrale della FIAT. Domani alle 15, nel corso della riunione che precederà la diffusione dei risultati trimestrali, il consiglio di amministrazione renderà nota la nuova sede legale e il nome della società che nascerà dalla definitiva fusione con Chrysler. La proposta che verrà presentata da Sergio Marchionne agli azionisti prevede infatti la quotazione della super-compagnia alla borsa di New York e il trasferimento del principale indirizzo all’estero, probabilmente nel Regno Unito o in Olanda. «Ma il quartier generale, cioè le funzioni principali del gruppo, saranno probabilmente a Detroit, anche in seguito alla principale quotazione a Wall Street», ha dichiarato alla Reuters una fonte ben informata.
Finirà dunque anche ufficialmente il legame privilegiato tra la FIAT e il capoluogo piemontese. Una storia lunghissima, cominciata centoquindici anni fa in uno studio notarile di via Arsenale, che terminerà in una anonima giornata di fine gennaio. Da domani, se vedrete sul cofano di una 500 una fascia tricolore sappiate che potrebbero essere i colori del Galles.
Date a parte la storia, anche quella industriale, è fatta soprattutto dagli uomini. Così, ai nomi dei nove soci fondatori della FIAT ritratti nel noto quadro di Lorenzo Delleani (Damevino, Goria Gatti, Biscaretti di Ruffia, Racca, Cacherano di Bricherasio, Ceriana-Mayneri, Agnelli, Scarfiotti, Ferrero) si contrapporrà l’immagine del “traslocatore” abruzzese-canadese-residente-in-Svizzera, Marchionne. Non di meno, entrerà nella storia della ormai certificata deindustrializzazione torinese il rampollo Elkann e con lui anche un po’ di quei top manager che in questi anni hanno abitato i piani alti del Lingotto. Sono loro i capitani d’industria ai quali va il merito di aver trasformato la FIAT in un «Gruppo globale». Perché, si sappia, il “globale” è importante. Chi lo mette in dubbio? Guardando però all’immediato futuro è certamente più il “locale” a preoccupare i torinesi. Perché sarà pur vero, come sostiene il sindaco Fassino, che la scelta della nuova sede legale non incide sulla presenza produttiva di FIAT nell’area torinese, ma è ugualmente evidente che questo abbandono non può rappresentare una buona notizia per una città che ha già assistito ad una riduzione impressionante dell’occupazione nel settore auto.
Per ora comunque, non c’è nessun allarme. A parte una migrazione di colletti bianchi oltre oceano ed un incremento dalla presenza FIAT a Londra, non ci dovrebbero essere altre ricadute sul già martoriato tessuto occupazionale piemontese. «Ci sono stati alcuni spostamenti di personale alla sede britannica – sostiene a riguardo la già citata fonte di Reuters – e prossimamente potrebbero essercene altri». Più modestamente anche una nostra fonte, un dirigente che bazzica gli uffici del Lingotto da quarant’anni, ci ha confermato quanto sopra, aggiungendo che «tra poco partiranno le carovane di manager appartenenti alle “cordate vincenti”, mentre quelli più “sfigati” rimarranno qui… finché dura». Sono gli effetti collaterali di questa nuova era globale.

Tutto avviene a meno di un mese dal passaggio del 100% di Chrysler in mani italiane. Un’operazione che ha fatto gonfiare il petto di orgoglio a molti politici e sindacalisti del Belpaese («Spero che adesso l’opinione pubblica italiana riconosca l’errore di aver bistrattato la strategia di Marchionne e l’azione responsabile della Cisl e degli altri sindacati in questi anni difficili per il settore auto nel nostro paese ed in Europa», ha dichiarato Raffeale Bonanni), ma per la quale nei caseggiati di zona Lingotto in pochi hanno stappato delle bottiglie di spumante. Al massimo, in prossimità delle pareti di vetro della Bolla, è possibile che si sia udito il tintinnio di alcuni bicchieri di Champagne…
Tuttavia a Torino, città dove tutto nasce e da dove tutto prima o poi va via, nemmeno le lacrime scorrono mai a fiumi. L’addio di FIAT, malgrado le smentite e le mezze promesse circolate in questi anni, è qualcosa a cui i torinesi hanno avuto tutto il tempo di abituarsi. I travajeur sensa soriss di Mirafiori quindi, in queste ore ostentano o fingono indifferenza. «Tanto cosa cambia rispetto ad adesso?» ti rispondono se li avvicini fuori dai cancelli. D’altronde Torino non è Wolfsburg, dove la Volkswagen conserva ancora, oltre alla sede principale, un numero di lavoratori simile a quello che FIAT impegnava sotto la Mole negli anni ’80. Qui da noi il consolidarsi di un certo andazzo si è capito da tempo e attualmente, con i chiari di luna dell’economia italiana, il trasferimento della sede legale è il meno che può capitare. Le vicende degli ultimi cinque anni sono per altro note: dopo aver tirato fuori la Chrysler dalla bancarotta, la vecchia Fabbrica Italiana Automobili Torino è finita a sua volta nel baratro della crisi. Per alcuni tra i due fatti esiste un chiaro rapporto di causa-effetto, altri ricordano invece come gli ottimi fatturati americani stiano contribuendo a ripianare le perdite europee. Ma sono discorsi sterili, parole buttate al vento nei bar di via Nizza, tra un vermut e un caffè.
Per quanto riguarda domani le notizie davvero importanti sono tre: gli analisti prevedono per Fiat e Chrysler un utile netto combinato in lieve aumento a 400 milioni di euro nel quarto trimestre; il nuovo domicilio fiscale in Gran Bretagna consentirà al Gruppo di alleggerire il prelievo fiscale sui dividendi e a beneficiarne sarà soprattutto Exor, la “cassaforte” della famiglia Agnelli; Torino attende l’arrivo di una perturbazione polare chiamata “Big snow”. Fateci caso, ormai anche il maltempo sembra più americano del solito.

 – Pagina, 28/01/2014

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