Le tigri indiane nel mirino dei trafficanti di animali (Infooggi)

Trentadue tigri reali del Bengala uccise in India nel 2012, quarantotto nel 2013. Piccoli numeri che diventano enormi se riferiti alla popolazione di questa sottospecie di felini che secondo l’ultimo censimento ufficiale del 2011 conta appena 1706 esemplari viventi. Nel 2008 erano 1411. L’estinzione sta diventando un rischio concreto per via della crescita spaventosa e incontrollata del colossale commercio degli animali selvatici, un mercato nero che a detta dell’Interpol muove globalmente circa 12 miliardi di dollari all’anno. Non esistono stime certe invece per poter valutare fino a che punto la mattanza delle tigri contribuisca a creare profitti in questo giro d’affari illecito, quel che è evidente è che in India si sta consumando la più allarmante strage degli ultimi decenni.
Le tigri vengono abbattute a causa dell’aumento della domanda di pelle, ossa e di altre parti del corpo proveniente soprattutto dalla Cina. L’utilizzo delle carni e delle membra dei felini da parte della medicina non convenzionale cinese sarebbe così radicato nel Paese che, secondo l’opinione del Time, il governo di Pechino non sembra più capace di arrestarlo. Siamo di fronte ad una «nuova emergenza bracconaggio», ha affermato il WWF.

Un mercato ruggente
Dopo le stragi degli anni ’70 che avevano ridotto al minimo il numero di questi splendidi animali, il programma di conservazione del governo indiano denominato “Project Tiger” aveva ottenuto risultati ragguardevoli. Le tigri del Bengala erano raddoppiate in meno di vent’anni, passando dai circa 2000 esemplari censiti nel 1972 agli oltre 4000 nel 1989. Inoltre nel 1993 l’entrata in vigore del divieto internazionale sul commercio delle tigri era sembrata un’altra misura efficace per contrastare l’opera dei cacciatori clandestini. Oggi però tutto questo sembra non bastare più.
La tigre del Bengala è ormai estinta in Pakistan, quasi scomparsa in Cina e minacciata ovunque altrove. I bracconieri fanno strage nel cuore dell’India e fin oltre i confini con il Nepal, il Bhutan e la Birmania. Praterie o foreste pluviali, nessuna zona è più da considerarsi sicura per le tigri, neanche le venti aree protette create appositamente in India per proteggerle. Troppo facile per gli sterminatori di felini corrompere le guardie e sparare anche in questi 30.000 km² che da parchi super-controllati si trasformano in trappole mortali. Il denaro cinese sta infatti spingendo i cacciatori di frodo indiani a diventare sempre più spregiudicati ed aggressivi. Organizzati in bande e armati fino ai denti, il loro strapotere nelle riserve naturali sembra destinato ad aumentare ancora. Ogni settimana, riferisce il WWF, nonostante gli sforzi dell’India di far rispettare la legge, vengono uccise almeno due tigri.

Salvezza o estinzione
Una volta abbattute le tigri del Bengala dei parchi dell’India, i cacciatori clandestini provvedono a macellarle e a trasportarle a pezzi verso nord, al confine con la Cina. La “merce” viene pagata in contanti dai trafficanti cinesi che la rivendono a dei piccoli commercianti per i suoi presunti effetti curativi, o sotto forma di oggetti decoravi che alcuni potenti amano tenere nelle loro case. Ma secondo quanto emerso in un articolo pubblicato sulla rivista Forbes lo scorso gennaio, l’usanza di utilizzare o collezionare delle parti di tigre non si limiterebbe alla sola Cina, ma si starebbe diffondendo anche in Corea del Sud e a Singapore, nonché nelle Chinatown delle metropoli americane ed europee.
Una spietata decimazione è in atto ed ogni intervento per arrestarla apparirà poco più che un palliativo se non sarà supportato da un rigoroso controllo della domanda cinese.
Attualmente sono soltanto 2500 le tigri del Bengala rimaste in vita in tutto il mondo. E c’è chi dice, forse per scherzo o forse no, che se ne vedano ormai più negli zoo che nelle foreste.

 – Infooggi, 06/02/2014

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