Alpi e Hrovatin, sulle tracce dei segreti di Stato (Maree)

Secondo alcune fonti vicine alla Camera gli atti “scelti” nell’archivio attraverso parole chiave (come “traffico di rifiuti” o “navi dei veleni”), sarebbero appena 152. Pochi, pochissimi, se paragonati alla mole di carte interessanti custodite a palazzo San Macuto

L’archivio dei misteri della Repubblica si trova nel centro di Roma, a palazzo San Macuto. In questo austero edificio del rione Pigna, un tempo sede della Santa Inquisizione, sono custoditi i documenti segreti sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e quelli di altre vicende strettamente collegate come i traffici di armi e di rifiuti in cui è stata coinvolta l’Italia. Fatti scomodi da tenere chiusi a chiave nei caveau per ragion di Stato.
Sarebbero migliaia i dossier citati nelle diverse commissioni d’inchiesta riguardanti il solo caso Alpi-Hrovatin, atti per i quali a dicembre 2013 è stata avviata la proceduta di desecretazione richiesta dalla Presidenza della Camera dei Deputati. Pochi giorni fa, nel giorno del ventesimo anniversario dell’agguato di Mogadiscio in cui persero la vita la giornalista del TG3 e il suo cameraman (era il 20 marzo del 1994), anche il nuovo governo si è espresso a favore dell’apertura degli archivi. «Credo sia arrivato il momento dopo 20 anni di togliere la secretazione sul caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – ha annunciato il sottosegretario Sesa Amici in un discorso a Montecitorio – il governo è molto impegnato ad attivare le procedure su questo fronte. Crediamo che lo si debba alla loro memoria e alla richiesta giustizia che deve tutelare sempre i propri cittadini. Abbiamo il dovere morale e politico di corrispondere alla richiesta di verità e giustizia».
Ma alla fine quanti documenti verranno resi pubblici? Questo è il punto.  Secondo alcune fonti vicine alla Camera gli atti “scelti” nell’archivio attraverso delle parole chiave (tipo “traffico di rifiuti o navi dei veleni”), sarebbero appena 152. Pochi, pochissimi, se paragonati alla mole di carte interessanti custodite a palazzo San Macuto, tra cui molte note compilate dai servizi segreti civili e militari.
«Forse quei documenti andrebbero valutati con criteri legati alla maggiore rilevanza, più che con semplici parole chiave», ha fatto notare Greenpeace. Proprio l’associazione ambientalista, tra i primi a chiedere di rendere accessibili i dossier, ha pubblicato martedì 19 marzo la lista dei documenti segreti in mano all’ultima Commissione d’inchiesta sul Ciclo illecito dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella. Si tratta di un estratto di oltre 750 atti riservati datato settembre 2012. Nessuno, ovviamente, ne conosce il contenuto, ma nell’elenco è possibile visionare i titoli del materiale top secret, il mittente delle informazioni e la data di secretazione.
«Oltre un centinaio di documenti riguardano esplicitamente il ruolo del faccendiere Giorgio Comerio e dell’ODM (Oceanic Disposal Mangment) – ha fatto notare Greenpeace sul suo sito – una settantina più generalmente i traffici di rifiuti tossici e radioattivi, oltre un centinaio le cosiddette “navi a perdere” e una sessantina riguardano la Somalia». Nella lista dei documenti acquisiti dalla Commissione Pecorella ci sarebbe anche la consulenza tecnica sui siti della zona aspromontana e preaspromontana e il verbale di acquisizione di documentazione eseguita presso il curatore del catasto delle grotte della Calabria.
Tutto materiale dell’inchiesta del 1994 avviata dalla Procura di Reggio Calabria in seguito ad un esposto di Legambiente riguardo a un possibile traffico di rifiuti tossici provenienti dal Nord Europa. Sostanze che sarebbero appunto state interrate in cave naturali nella zona dell’Aspromonte. Questi traffici, in alcuni casi, sarebbero anche avvenuti via mare con le cosiddette navi a perdere. Ed eccole quelle carrette che avrebbero avvelenato il Mediterraneo: nei documenti sepolti nell’archivio del rione Pigna ci sono gli accertamenti sulla M/N Korabi – sospettata di aver scaricato nel 1994 un carico radioattivo nel tratto di mare tra Sicilia e Calabria – e varie note sull’affondamento della nave Rigel, scomparsa nel 1987 al largo dello Jonio con il suo carico misterioso. La portata dell’intero fenomeno, ancora in buona parte oscuro, potrebbe essere compresa meglio attraverso la nota segretata nr. 25275: “acquisizione di manifesti di carico delle unità mercantili affondate nelle acque giurisdizionali italiane”.
Risulta l’esistenza di documenti segreti anche sulle prime navi dei veleni come la Jolly Rosso, poi spiaggiata nel dicembre 1990 sulla spiaggia di Amantea, e la Zanoobia, arrivata a Genova nel maggio del 1988 con 10.500 fusti di rifiuti tossici. Quegli scarti del gotha dell’industria chimica europea e statunitense erano stati imbarcati a Marina di Carrara e avevano vagato per un anno e mezzo tra Sud America e Medio Oriente, alla ricerca di un luogo adatto per “smaltirli” (in quelle carte si parlerebbe tra l’altro anche dell’armatore siriano della Zanoobia, Mohamed Tabalo).
Strettamente collegata al traffico di rifiuti tra l’Italia e il Terzo Mondo è anche la vicenda dello scarico clandestino del 1988 a Port Koko, in Nigeria, trattata dalla Agenzia Informazioni e Sicurezza nell’annesso nr. 70 – prot. 716/464/01. La storia è conosciuta: dopo aver scoperto il traffico, le autorità nigeriane chiesero l’immediato rimpatrio dei veleni, che tornarono in patria sulle navi Karin B. e Deep Sea Carrier. La Karin B. tentò di scaricare nel Galles, quindi a Ravenna, poi in Spagna. I suoi rifiuti furono infine stoccati in Emilia Romagna. La Deep Sea Carrier, dopo una lunga permanenza al largo di Augusta, riuscì a sbarcare il carico a Livorno.
Sempre di “rifiuti tossici destinati ai Paesi del Terzo Mondo” si parla nell’atto 294/4 (allegato nr.3: nota nr.13255 del 22/09/1992) inviato al Ministro della Difesa dal Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, mentre nel titolo del rapporto numero 290/1 del 18/02/2010 si accenna a una “documentazione concernente il traffico illecito di rifiuti tossici ad opera della criminalità organizzata secondo le dichiarazioni di – RISERVATO -”.
E ancora, l’elenco dei documenti potenzialmente interessanti continua con una sfilza di traffici oscuri in giro per il mondo: contrabbando di armamenti in Guinea Conakry (786/388 nr. 387 – prot. 152914/137/0572); traffico di materiale sensibile dalla Finlandia (786/155 nr. 154 – prot. 914/136.2/DCO); traffico di droga con navi con il coinvolgimento dell’organizzazione separatista PKK (annesso nr. 221 – prot. 13688/147.13/32.3); smaltimento di scorie nucleari in zona non meglio precisata (786/387annesso nr. 386 – prot. 149772/147/7210).
Numerose note riguardano la questione del commercio illegale di materiale nucleare come il mercurio rosso, una sostanza che all’inizio degli anni ’90 si diceva potesse essere utilizzata per fabbricare ordigni atomici miniaturizzati e sistemi di guida per missili intercontinentali. Un business comunque molto lucroso che coinvolse alcuni ex agenti del KGB sovietico. Personaggi come un tale Kuzin al quale, nell’elenco dei documenti pubblicato da Greenpeace, sono dedicate svariate informative. Le cronache di allora raccontano che Ostrogonac, il primo pentito della mafia russa, lo indicò come un personaggio chiave del contrabbando nucleare. Sempre secondo la stessa “gola profonda” il mercurio rosso veniva prodotto clandestinamente in quattro laboratori oltre l’ex Cortina di ferro, esportato illegalmente dall’ex Urss verso Genova e infine nascosto nel legname trasferito su navi dirette ai Paesi del Terzo Mondo.
Sotto la voce “segreto”, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza conserva anche un’informativa del luglio 1990 (786/115 annesso nr.114 – prot. 4422/136/04) avente per oggetto “Progetto URANO”, cioè quel piano incredibile che prevedeva lo smaltimento di rifiuti, anche nucleari, in una depressione dell’ex Sahara spagnolo.
Infine, ma non ultimi, nell’elenco dei misteri si possono leggere i nomi di personaggi noti e meno noti coinvolti a vario titolo nelle vicende sopra descritte: imprenditori, finanziari, massoni, confidenti, agenti dei Servizi, faccendieri e trafficanti.
Se questa enorme mole di informazioni diventasse di dominio pubblico, gli spunti di interesse non mancherebbero di certo anche se alcuni già temono che, nel caso, ciò accadrà in maniera del tutto insoddisfacente. Nell’attesa, dopo che la lettura dei titoli secretati ci ha fatto tornare alla mente tante torbide faccende, possiamo rivolgerci una domanda. Se, come si legge sul sito della Presidenza del Consiglio, il segreto è un “vincolo posto su atti, documenti, notizie, attività, cose e luoghi la cui divulgazione può danneggiare gravemente gli interessi fondamentali dello Stato”, quale sarebbe stato l’interesse dell’Italia a coprire questi loschi fatti? La risposta è intuibile e sicuramente poco piacevole.

 – Maree, 22/03/2014

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