La pista bloccata del sequestro Moro (Pagina)

caso moro

Dopo 36 anni, il caso del sanguinario sequestro da parte delle Brigate Rosse del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro, avvenuto nel quartiere romano Trionfale il 16 marzo del 1978, sembra essersi clamorosamente riaperto. Una nuova pista per conoscere finalmente tutti gli oscuri retroscena di uno dei più inquietanti misteri italiani, nata dopo le rivelazioni di un ex poliziotto, porterebbe dritta dritta fino a Torino.
«Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro – ha raccontato all’ANSA Enrico Rossi, ex ispettore della Polizia di Stato, ora in pensione – diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le BR da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del SISMI che era lì».
Rossi si riferisce alla motocicletta che bloccò il traffico tra via Stresa e via Fani durante il rapimento dello statista, quella Honda con a bordo due persone che, secondo l’ex capo delle BR Moretti, non facevano parte del commando. Eppure proprio da quel mezzo si spararono gli unici colpi verso un civile presente sulla scena del rapimento, l’ingegner Alessandro Marini. Marini, interrogato alle 10.15 di quel 16 marzo, disse che il conducente della Honda era un giovane di 20-22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che a Marini ricordò «l’immagine dell’attore Edoardo De Filippo».

Chi c’era dunque su quella moto? La risposta potrebbe essere contenuta in una lettera senza mittente giunta nell’ottobre del 2009 nella redazione de La Stampa, in cui si parla di due agenti del servizio segreto militare, entrambi arrivati da Torino per favorire l’azione dei brigatisti. Eccone uno stralcio:
“Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le BR nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontrarlo ultimamente…”.
Insieme alle altre informazioni, l’anonimo aveva fornito degli elementi per rintracciare il guidatore della Honda: il nome di una donna e di un negozio a Torino. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”, concludeva.
La lettera era stata prontamente girata dalla redazione del quotidiano alla Questura di Torino e nel febbraio 2011 era arrivata in modo casuale proprio sul tavolo dell’ispettore Rossi, veterano dell’antiterrorismo. «Non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani», ha riferito l’ex ispettore. Si trattava di un uomo che si era trasferito da qualche tempo a vivere in Toscana. Enrico Rossi si mette subito sulle sue tracce, dando il via ad un’inchiesta che però, stranamente, trova subito degli ostacoli. «Chiedo di andare avanti negli accertamenti – ha spiegato l’ispettore – chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la “pratica” rimane ferma per diverso tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Una è molto particolare: una Drulov cecoslovacca; pistola da specialisti a canna molto lunga, di precisione. Assomiglia ad una mitraglietta. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, la Beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”, l’altra arma».

Rossi insiste, vorrebbe interrogare direttamente quell’uomo ma non può, non è autorizzato. Riesce comunque a sequestrare una sua foto: aveva un viso allungato, guarda caso simile a quello di De Filippo. «Sì, gli assomigliava», ha confermato l’ex poliziotto.
Dopo aver raccolto quegli indizi, Rossi avrebbe voluto andare fino in fondo facendo periziare le due pistole, ma nemmeno questo esame è stato possibile. Anche questa volta l’ispettore si trova di fronte ostacoli insuperabili e così alla fine si arrende. Va in pensione a 56 anni, convinto che si sia persa «una grande occasione perché c’era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato». Non è tutto però perché, poche settimane dopo, un amico fidato gli fa sapere che l’uomo che somigliava a Eduardo De Filippo era morto e che le sue pistole erano state entrambe distrutte. «Distrutte senza effettuare le perizie balistiche che avevo consigliato di fare. Ho aspettato mesi. I fatti sono più importanti delle persone e per questo decido di raccontare l’inchiesta incompiuta», ha concluso amaramente l’ex ispettore.
Attualmente il fascicolo sulla vicenda dei due presunti passeggeri della Honda è stato trasferito da Torino a Roma, dove il procuratore generale Luigi Ciampoli intende indagare sul presunto coinvolgimento dei servizi segreti nelle fasi del sequestro del leader DC. Il primo passo sarà proprio quello di riprendere in mano il fascicolo “torinese”.

 – Pagina, 23/03/2014

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