Renzi-Chiampa vogliono andare lontano (Pagina)

“Sempre più vicini per andare lontano”, dice lo slogan che fa da sfondo al palco rosso. Il nuovo PD di Matteo Renzi parte da Torino per lanciare la campagna elettorale dei suoi candidati alle elezioni amministrative ed europee del 25 maggio e lo fa in grande stile. La novità è già questa. Quattro anni fa infatti, l’allora segretario nazionale Pierluigi Bersani aveva scelto di venire sotto la Mole solo per chiudere la catena dei comizi, parlando di fronte a poche decine di persone riunite in una anonima piazza del quartiere Madonna di Campagna. Nulla a che vedere con questa volta, dove i sostenitori del PD hanno riempito buona parte del Palaolimpico. Se questo ritrovato entusiasmo si tradurrà però anche in voti per il partito del premier, lo scopriremo solo tra quaranta giorni.
Si inizia con l’inno nazionale: tutti in piedi. Sul palco due parlamentari Democratici si calano nel ruolo di presentatori lasciando la parola prima alle cinque capolista alle elezioni europee e poi ad alcuni dei candidati sindaci.


Chiamparino aspetta il suo turno in platea, ma quando gli cedono il microfono gli basta un «cari compagne e cari compagni» per dimostrare di non aver affatto perso il feeling con il suo elettorato, proprio come ai tempi in cui sedeva sulla poltrona di Palazzo Civico.
Le prime parole del candidato governatore del Piemonte sono un ringraziamento a Mercedes Bresso, sconfitta per un pugno di voti da Roberto Cota alle elezioni del 2010, poi annullate dal TAR. «Se noi oggi possiamo mettere fine al degrado istituzionale il merito è di Mercedes», dice Chiamparino, ricordando la tenacia della Zarina nel portare avanti il ricorso. Di Renzi, che lo ascolta seduto in prima fila, Chiamparino esalta l’azione rinnovatrice che ha rotto «degli schemi consolidati della sinistra che stavano diventando dei paradigmi conservativi». Poi annuncia tra gli applausi: «Riprenderò la tessera del Partito Democratico». La sintonia dell’ex sindaco di Torino con il nuovo corso impresso al Governo del Rottamatore sembra totale anche quando difende il bonus in busta paga in arrivo per gli stipendi più bassi, quei famosi 80 euro di fronte ai quali «solo chi non sa come si vive può fare spallucce».
«Vai Chiampa!», lo incita il pubblico del Palaolimpico. Lui ringrazia e chiede a Renzi di allentare il patto di stabilità, di continuare a portare avanti la semplificazione, di non cedere sul superamento del bicameralismo e di ridurre le addizionali IRPEF per i pensionati. Ma la problematica più grande, sottolinea Chiamparino, è lavoro: «Non c’è niente da fare, girando il Piemonte ho visto che la gente ha in testa un tema solo». Quell’occupazione che manca, quella che fa soffrire sia i ragazzi che i cinquantenni, «perché senza non si può vivere, ma soprattutto non c’è la dignità della persona». Scrosciano gli applausi e per Chiamparino, che fin qui aveva evitato la polemica con il centrodestra, arriva il momento dell’affondo. L’arma scelta è quella del campanilismo, dell’orgoglio che i piemontesi, anche quelli d’adozione venuti dal Sud, devono ritrovare. «Ci vuole che questa gente non si vergogni più di essere piemontese», urla dal palco. E alla fine del suo intervento l’attacco frontale alla passata amministrazione regionale diventa sferzante: «Quel fotogramma del presidente Cota che tiene il posacenere a Bossi è un fotogramma che nessun piemontese avrebbe voluto vedere, è un fotogramma che testimonia una subalternità di parte alla quale non mi vedrete mai chino. Non reggerò il posacenere a nessuno».

Renzi: «Chiampa è stato un modello»
Quando Matteo Renzi viene chiamato a salire sul palco mancano pochi minuti alle 12.30 e il Palaolimpico è tutto uno sventolio di bandiere del PD. Spigliato, un po’ guascone, del tutto a suo agio in veste di segretario, anche a Torino va in scena il Renzi di sempre. Per prima cosa allontana il cameraman («mi inquieta»), poi fa una battuta sull’ora: «Facciamo presto che alla mezza, mi hanno spiegato sia Piero che Sergio (Fassino e Chiamaprino ndr), a Torino si mangia».
I primi minuti del suo discorso, durato quasi tre quarti d’ora, sono un tributo al padrone di casa e candidato governatore del Piemonte: «Chiampa è stato un modello per tanti di noi quando abbiamo cominciato a fare i sindaci. Sarà sicuramente un ottimo presidente della Regione». Chiamparino, l’ex sindaco di una città che, ha detto Renzi, ha dimostrato di saper superare una crisi industriale che poteva essere drammatica: «Ma oggi Torino è più forte di prima, più viva di prima e, lasciatemelo dire, è più bella di prima». Un esempio da seguire insomma, anche per gli altri trecento candidati primi cittadini del Partito Democratico presenti in sala a cui il premier rivolge l’invito a diventare anche «l’ultimo cittadino», quello che ascolta tutti, «quello che sta attento, in un momento come questo, a chi è in difficoltà».
Dalla politica sul territorio alle elezioni europee. Renzi è chiaro: «Andiamo in Europa per cambiare l’Europa». Ricorda quindi il risanamento dei conti pubblici iniziato dai governi di Monti e di Enrico Letta («Lo salutiamo, lo consideriamo uno di noi») e si dice pronto a cambiare le regole dell’Unione per evitare che le politiche di austerity provochino altri danni all’Italia. «Raddoppiare la disoccupazione» – afferma il presidente del Consiglio – «non è una regola che funziona, non è una ricetta che salva l’economia».
Sul superamento del bicameralismo perfetto, Renzi sfrutta in pieno l’assist dato in precedenza da Chiamparino. «Questa è sempre stata l’idea di questa parte politica, perché mille parlamentari sono troppi, non è possibile che gli Stati Uniti D’America ne abbiano la metà» – e scherza – «l’ho detto a Obama che abbiamo mille parlamentari e forse era meglio se non glielo dicevo…».
Un altro tema “caldo” è il tetto agli stipendi dei manager pubblici. «Chiedere un sacrificio ai dirigenti pubblici non è un atto di punizione o il tentativo di affermare da parte nostra chissà quale desiderio redistributivo». Per Renzi si tratta invece di una necessità di fronte a stipendi aumentati negli ultimi anni in maniera sproporzionata, fino al 170%, mentre le famiglie italiane vivono una sofferenza quotidiana. La questione della disuguaglianza fa presa e agita il pubblico. Qualcuno dagli spalti laterali inveisce contro chi non si accontenterebbe nemmeno dei 238 mila euro all’anno proposti dal governo come retribuzione massima, e a questo punto il premier si trova a dover smorzare i toni con una delle sue uscite: «No, calma, noi siamo la parte moderata».
Renzi raccoglie nuovi applausi dal pubblico anche quando ripercorre idealmente le tappe che lo hanno portato a diventare presidente del Consiglio: «Vi svelo un segreto: tutti sappiamo che le modalità con le quali io e la mia squadra siamo arrivati al governo sono modalità che avremmo preferito non avere». Non si nasconde il Rottamatore e cerca di convincere gli scettici, quelli che anche all’interno del PD non tollerano ancora di essere al governo con la destra di Alfano. «Vi dico con la stessa chiarezza che proprio per come sono andate le cose, noi non abbiamo firmato un contratto per cui dobbiamo rimanere su quella seggiola – e promette – stiamo a Palazzo Chigi soltanto per cambiare l’Italia. Se si può cambiare l’Italia si cambia, altrimenti si cambia mestiere noi».
Alla fine arriva anche la stoccata agli avversari più temuti alle prossime elezioni, non Forza Italia ed il centrodestra ma il Movimento Cinque Stelle. Il premier li chiama «i profeti dell’insulto» e invita i suoi candidati a non rispondere e non seguire il blog della formazione di Beppe Grillo: «Dovevano cambiare il Palazzo, purtroppo il Palazzo ha cambiato loro».

 – Pagina, 12/04/2014

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