«La Hedia scomparve a causa di un complotto» (Maree)

Foto marinai Hedia ad Algeri- l'Europeo

«A questo punto l’apertura di un’inchiesta sarebbe auspicabile». Dopo l’articolo dell’ammiraglio, l’appello del signor Accursio Graffeo, deciso a riaccendere i riflettori sulla scomparsa dello zio Filippo e “colleghi”

«Ora le scuse sono finite». Accursio Graffeo, portavoce di alcune delle famiglie dei marinai scomparsi, non intende fermare la sua personale indagine e continua a chiedere che sia fatta chiarezza sul caso della Hedia. Instancabile e battagliero, da due anni Graffeo ha deciso di riaccendere i riflettori su questo giallo marinaro.

Allora signor Graffeo, dopo l’inchiesta di Maree anche l’Anmi ha preso a cuore la storia della Hedia. E’ soddisfatto?
Certamente, il fatto che l’associazione d’arma della Marina Militare riproponga la vicenda della Hedia, per di più a firma del suo presidente, vuol dire che da parte loro c’è un forte interesse a dare un contributo serio, atto a svelare il mistero dei nostri diciannove marinai. Per questo ringrazio l’ammiraglio Paolo Pagnottella, i consiglieri nazionali dell’Anmi, i delegati regionali e tutti i presidenti dei gruppi per aver cercato di coinvolgere con questo articolo i loro iscritti.

Dopo quasi due anni a che punto è la ricerca della verità sul caso Hedia?
La mia ricerca va avanti senza sosta e sta coinvolgendo parecchie persone. Quella della Hedia è una storia tragica ed affascinante allo stesso tempo. Nel 1962 stava finendo una delle guerre d’indipendenza più sanguinose di sempre, quella franco-algerina. In quegli anni, diciamo a partire dal 1956, nel Mediterraneo succedevano cose molto strane: navi sabotate, navi pirata, navi che cambiavano nome, navi sequestrate perché cariche di armi, navi e pescherecci italiani fermati dal servizio di pattugliamento francese in acque territoriali italiane e costrette a dirottare su Bona, in Algeria, perché sospettate di contrabbandare armamenti a favore degli indipendentisti. Insomma abbondavano i traffici di armi dei privati e degli Stati compiacenti per rifornire l’Fln. A mio avviso quindi, la Hedia non scomparve per un naufragio ma per un complotto. Il governo di allora sapeva di questi traffici di armi e di aiuti inviati in Algeria, ma non fece nulla per portare a casa i nostri diciannove connazionali. Non lo fece perché evidentemente c’erano troppi interessi in gioco e un alto grado di coinvolgimento delle autorità. Siamo in piena guerra fredda è l’Italia non si poteva di certo permettere di dire che un eventuale carico “particolare” era inviato da qualcuno qui dall’Italia…

Cosa si augura a questo punto?
L’apertura di un’inchiesta sarebbe auspicabile, ma solo se ci fosse il reale interesse da parte di un magistrato ad indagare seriamente. Spero in un contributo che parta proprio da questa premessa, l’Italia è un paese con ancora troppi misteri perché molto spesso la ricerca della verità è stata condizionata da interessi inconfessabili.

Inchiesta o no, lei andrà avanti nelle sue indagini?
Sì, andrò sicuramente avanti. L’episodio in questione è distante nel tempo ma io non dimentico che la scomparsa della Hedia sconvolse molte famiglie. Su quella nave erano imbracati sicuramente degli onesti marinai tra cui mio zio, Filippo Graffeo di Sciacca, un giovane spinto dalle difficoltà della vita ad accettare l’imbarco su una carretta del mare. Dopo il presunto affondamento le madri e le mogli di quei marinai si trovarono a dover togliere e mettere il lutto mentre si alternavano notizie tragiche ad altre che riaccendevano le speranze. Da un lato c’era la disperazione delle famiglie alla ricerca di notizie, dall’altro l’immobilismo della politica di allora. Insomma, un inferno. Oggi anche dopo così tanti anni, indipendentemente da quali siano state le cause della tragedia, a Sciacca e in altre città, c’è ancora chi desidera sapere ancora la verità.

 – Maree, 27/05/2014

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