ISIS, la “società” del terrore (Narcomafie)

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I miliziani dell’ISIS. Foto: web

Si finanziano con il contrabbando e i sequestri di persona, si pubblicizzano con attentati e omicidi, diffondono il proprio “brand” attraverso i social network. Il loro “target” è la creazione di un emirato transnazionale tra l’Iraq e la Siria. Sono i militanti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), il gruppo di matrice sunnita che dopo essere salito alla ribalta con la conquista della città di Mosul, punta ora a marciare su Baghdad.
Sul mercato della paura mediorientale dove anche l’ideologia estremista diventa una merce che bisogna saper vendere per conquistare consensi e reperire denaro, l’ISIS opera con una strategia di stampo aziendalistico, pubblicando periodicamente dei dettagliati rapporti che riassumono la sua attività terroristica.
Il documento che illustra le malefatte dei miliziani nel 2013 si chiama al-Naba (in arabo, le notizie) ed è stato diffuso venti giorni fa. Nelle oltre 400 pagine del rapporto compaiono tabelle, infografiche e tutto quanto necessario per presentare il progetto terroristico-criminale dell’ISIS. Sembra quasi una brochure promozionale, potrebbe sembrare uno scherzo di dubbio gusto ma non lo è affatto. I dati diffusi dalla formazione jihadista che sta mettendo a ferro e fuoco l’Iraq, benché enfatizzati ad arte, fanno comunque venire i brividi: quindicimila combattenti arruolati, diecimila azioni compiute solo in Iraq (le operazioni in Siria non sono state riportate nda), 1.000 omicidi, 4.000 attentati esplosivi e centinaia di estremisti liberati dalle prigioni.
«Stilano i loro rapporti quasi come farebbe una qualsiasi società, con i dettagli delle operazioni e gli obiettivi – ha detto al Financial Times l’ex vicecapo del servizio segreto britannico Nigel Inkster – i documenti indicano inoltre chiaramente che l’intenzione a lungo termine è quella di controllare le aree sunnite dell’Iraq». ISIS insomma, nonostante lo shock tardivo di Washington e degli Alleati occidentali per la sua furiosa avanzata in Iraq, non è più – e da tempo – solo una semplice start-up del terrore. Dalla formazione della prima cellula del gruppo chiamato Jama’at al-Tawhid wal-Jihad (Organizzazione del monoteismo e del Jihad), sono trascorsi 10 anni e oggi il gruppo sunniti è a tutti gli effetti un’entità strutturata e complessa che mira a dominare stabilmente i territori a cavallo tra Iraq e Siria.
Nonostante non possa più contare sull’approvazione di al-Qaeda, l’ISIS continua ad espandere il suo territorio, difende, controlla e arruola nuovi combattenti anche in Europa. Nel caleidoscopio dell’estremismo islamico è ormai divenuta la formazione più ricca e militarmente pericolosa.

L’avanzata delle bandiere nere
Falluja è caduta nelle mani dell’ISIS lo scorso dicembre. I sopravvissuti alle battaglie hanno subito raccontato di torture sovrumane e di sadiche esecuzioni compiute in base a un’interpretazione esasperata della sharia, la legge islamica, ma il grido d’allarme che dalle rive dell’Eufrate si diffondeva velocemente in tutto il nord dell’Iraq è rimasto inascoltato per mesi. Anche a Washington avevano snobbato la potenza militare di quel gruppo semisconosciuto di estremisti nascosti dai passamontagna. «Sono appena un paio di migliaia» dicevano le note della CIA, prima di scoprire che il numero dei miliziani sunniti potrebbe essere addirittura otto volte maggiore.
A metà giugno la conquista di Mosul, seconda città dell’Iraq, ha di fatto colto di sorpresa il mondo intero. Subito dopo le bandiere nere dell’ISIS sono riuscite a sventolare anche sul palazzo del governo di Tikrit, la città natale di Saddam Hussein, così come in altre aree nelle province di Diyala, a est, e di Kirkuk, a nord.
Come un terrificante esercito di demoni, i jihadisti si sono lasciati alle spalle una lunga scia di sangue. Decapitazioni, fucilazioni, amputazioni e crocifissioni sono diventate il modus operandi dell’ISIS, la cui fama fondata sulla crudeltà è stata confermata dalle immagini scattate in una località sconosciuta della provincia di Salaheddin. Le fotografie diffuse dal gruppo su Twitter raffigurano un’orrenda esecuzione di massa, probabilmente quella di 1700 uomini delle forze di sicurezza irachene. L’azione è stata giudicata troppo spietata persino da al-Qaeda, ma almeno per ora il richiamo arrivato della formazione fondata da Bin Laden è stato completamente inutile. L’ISIS è diventata abbastanza forte da poter prosperare anche fuori dal network del terrore capeggiato da Al Zawahiri.
Così mentre alla Casa Bianca si discute ancora animatamente su come e se intervenire nella polveriera irachena, i sunniti hanno piegato le difese delle città occidentali di Rawa e Aana. Preso anche l’aeroporto di Tal Afar, la prossima meta dei miliziani è ora Baqubah. La capitale, Baghdad, è ormai distante appena cinquanta chilometri dalle prime inquietanti bandiere nere.

Un esercito ultra-fondamentalista
Se con la sua presenza sul web l’ISIS si comporta come una vera società del terrore, sui campi di battaglia essa si muove come un vero e proprio esercito. Secondo l’Institute for the Study of the War (ISW) che ha recentemente analizzato i report al-Naba relativi al 2012 e al 2013, «l’ISIS non è semplicemente un’organizzazione terroristica», ma è divenuta un movimento insurrezionale armato che progetta di tracciare i confini di un nuovo Stato islamico. Un nuovo califfato che nascerebbe in aree abitate in prevalenza dagli arabi sunniti come nel caso dell’Iraq settentrionale, con il suo sottosuolo gravido di petrolio.
«Attraverso l’analisi dei numeri e dei tipi di attacco compiuti in ciascuna delle province in cui l’ISIS è operativa – osserva l’ISW – è chiaramente visibile che il gruppo sta adattando il suo metodo di lotta a seconda dell’ambiente in cui si trova ad operare, facendo diversi cambiamenti tattici». Ciò sarebbe un forte indizio per pensare che l’organizzazione sia dotata di una struttura di comando verticistica, con una leadership unificata e coerente».
L’ISIS oltre a strappare definitivamente vaste aree dell’Iraq alle forze dell’ISF (Iraqi security forces) sarebbe anche in grado di «organizzare sofisticati operazioni per prendere il controllo di molti centri abitati in Siria».
A detta di alcuni esperti americani potrebbero volerci degli anni per riconquistare i territori persi a favore dei jihadisti. «Ciò che è successo mostra che l’esercito non è in grado di difendere se stesso – ha dichiarato al Washington Post l’ex consigliere delle forze Usa in Iraq Rick Brennan – se non troviamo il modo per fare la differenza ciò che vediamo potrebbe essere l’inizio della disintegrazione dell’Iraq».

Corano, Kalashnikov e affari sporchi
Girano troppe armi nelle mani dei miliziani dell’ISIS e qualcuno comincia a sospettare che non si tratti solo di quelle sottratte ai soldati dell’esercito regolare iracheno, uccisi a centinaia nel corso dell’avanzata sunnita. Contrabbando e sequestri hanno rappresentato per anni la principale fonte di finanziamento dei jihadisti, senza dimenticare le estorsioni ai danni di privati e imprese. Solo a Mosul il racket fondamentalista avrebbe fruttato al gruppo circa 8 milioni di dollari. Ma secondo l’analisi l’Institute for the Study of the War, una parte del denaro attualmente nelle disponibilità dei terroristi arriverebbe dal Sud-Est asiatico e in particolare dalla Malesia e dall’Indonesia. Qui le fazioni estremiste locali, indebolite dopo anni di arresti, starebbero concentrando i loro sforzi economici per aiutare i “fratelli” mediorientali. Inoltre in seguito alla conquista dei nuovi territori, l’ISIS ha potuto contare su un’ulteriore e rapida accumulazione di capitali. Oltre quattrocento milioni di dollari e un gran numero di lingotti d’oro sarebbero stati rubati nel corso dell’assalto alla sede di Mosul della Banca Centrale Irachena. Soldi facili che gli “imprenditori” del male rinvestiranno presto per arruolare nuove legioni di fanatici.
Come se non bastasse nei luoghi dove abbondano le risorse energetiche, il controllo degli oleodotti e gasdotti può diventare strategico per realizzare il sogno del califfato transnazionale. I combattenti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante si sono impadroniti da quattro mesi la riserva di gas di Deir Ezzor, in Siria, e ieri hanno annunciato di aver occupato anche la raffineria di Baiji, una delle più grandi di tutto l’Iraq.

Gli hashtag del terrore
Il personaggio di spicco dell’azienda del terrore si chiama Abu Bakr Al Baghdadi, quarantatré anni originario di Samarra, sulla riva est del Tigri. Il suo passato è avvolto nel mistero al punto da non poter essere certi nemmeno che Al Baghdadi sia il suo nome reale. Di certo si tratta di un terrorista di lungo corso, noto alle forze armate USA fin dai primi anni 2000. Arrestato nel 2005 e rinchiuso nella prigione di Camp Bucca, nel Golfo Persico, venne liberato nel 2009 dal governo iracheno dopo il ritiro dell’esercito statunitense dall’Iraq. Un anno dopo divenne il leader dei miliziani dell’ISIS che per via del suo carisma e della sua efferatezza lo credono un discendente diretto del Profeta Maometto. La sua fama è cresciuta notevolmente soprattutto all’estero grazie ai video che mostrano le atrocità compiute dal suo esercito di ultra-fondamentalisti e ai social network, in particolare Twitter, usato per reclutare nuovi miliziani al di fuori dal Medio Oriente.
Secondo il quotidiano inglese The Independent i jihadisti mettono all’interno dei loro messaggi su Twitter gli hashtag in voga per le partite dei mondiali di calcio (#Brazil2014, #ENG, #France and #WC2014) per richiamare sui loro profili migliaia di possibili nuove reclute o donatori. Si stima che, anche grazie al tam-tam di questi macabri cinguettii, circa 2000 combattenti siano arrivati in Iraq dall’Europa e che molti altri si siano uniti al gruppo dalla Malesia e dall’Indonesia.
Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante va di moda tra i giovani islamici radicali europei, come testimoniano i recenti arresti di aspiranti jihadisti in Spagna e in Germania. A Berlino e a Francoforte sono state fermate tre persone accusate di avere forti legami con i terroristi. In Spagna nove estremisti dediti al reclutamento di nuovi combattenti da inviare in Siria e in Iraq sono stati arrestati a Madrid. A quanto pare la cellula aveva già attivato dei contatti per il medesimo scopo anche in Francia, Tunisia e Marocco.

 – Narcomafie, 26/06/2014

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