Le armi chimiche “loro” smaltite nel Mare Nostrum (Maree)

In ambito scientifico non sono ammessi atti di fede, ma per questa volta vediamo di fare un’eccezione. Fidiamoci del fatto che le armi chimiche siriane, imbarcate negli scorsi giorni sulla nave-laboratorio Cape Ray, verranno tranquillamente distrutte in mare aperto, ovvero nel nostro Mediterraneo, attraverso l’idrolisi.
Fidiamoci di questo nebuloso processo di scissione delle molecole in acqua calda che secondo i chimici a stelle e strisce neutralizzerà le 560 tonnellate di iprite e di precursori del sarin che formavano il terribile arsenale di Assad.
Fidiamoci, nonostante questo curioso “bagnomaria” chimico non sia mai stato usato prima. Ma fidiamoci, fidiamoci lo stesso delle parole rassicuranti del portavoce dell’OPAC (l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) Michael Lohan, secondo il quale «non ci saranno conseguenze per l’ambiente», visto che l’idrolisi o FDHS (Field Deployable Hydrolysis System) «è il metodo più innovativo, sicuro e controllato per questo tipo di operazioni».
Nelle specifico il procedimento, che avverrà nei prossimi mesi direttamente nella stiva della nave americana, si basa sull’attività di due reattori in titanio che avranno il compito di neutralizzare i veleni rendendoli innocui. In breve: una volta introdotti all’interno delle grandi vasche di titanio, basterà miscelare gli agenti chimici con acqua calda, idrossido di sodio, candeggina. Et voilà! A questo punto l’idrolisi dovrebbe scindere i composti in frammenti sempre più piccoli, in modo da permettere di smaltirti in dei normali impianti per il trattamento dei rifiuti pericolosi. Come assicurano da L’Aia, città in cui ha sede l’OPAC, l’FDHS riuscirà a distruggere il 99,9% di quelle terribili sostanze nel giro di appena tre ore, al ritmo di 5-25 tonnellate al giorno. Insomma possiamo davvero stare sereni: siamo in una botte di ferro, anzi, di titanio.
Certo però che osservando con attenzione la cartina realizzata dalla BBC che indica il punto approssimativo in cui avverrà l’operazione, cioè più o meno a metà strada tra le coste della Sicilia orientale e la Libia, qualche timore e qualche domanda potrebbe venire. Ad esempio, perché si è deciso di distruggere le armi chimiche siriane proprio in alto mare? Per di più in un mare chiuso come il Mediterraneo? Perché proprio in quel Mare Nostrum che un tempo fu la culla della civiltà e che negli ultimi decenni governi e trafficanti di rifiuti hanno già utilizzato fin troppe volte come una grande discarica di veleni?
Delle risposte a queste domande sicuramente ci sono ma trattandosi di questioni che, come spesso accade, travalicano la nostra presunta sovranità nazionale, limitiamoci solo ad immaginarle. Per il resto, ovviamente, fidiamoci. Siamo costretti a fidarci del presidente dell’OPAC, il quale ha garantito che «nessuna sostanza tossica verrà gettata in mare perché proibito dalla Convenzione sulle armi chimiche».
Chi invece sembra avere le sue buone ragioni per sollevare delle obiezioni sul processo di smaltimento delle armi siriane è il portavoce dei Verdi, Angelo Bonelli, che di recente ha chiesto al governo e in particolare al ministro dell’ambiente Galletti delle precise delucidazioni in merito. «Ci saranno conseguenze per l’ambiente? – ha domandato Bonelli – Sarà necessario prevedere un blocco della pesca nel tratto di mare in cui avverranno le operazioni di idrolisi? Che ne sarà dei residui tossici derivanti dal processo di idrolisi di agenti micidiali come Sarin e Vx? Vogliamo che il governo risponda a queste domande visti i dubbi avanzati da diversi esperti fra i quali Evangelos Gidarakos, docente del Politecnico di Creta secondo cui l’idrolisi di tutto questo quantitativo è un azzardo: il contatto delle sostanze con l’acqua di mare “potrebbe produrre un terzo elemento tossico”. Infatti, ha ricordato ancora Bonelli, «secondo lo studioso greco l’idrolisi non può essere considerato, come un tempo, un processo relativamente sicuro come quando erano state neutralizzate le armi chimiche prodotte dai giapponesi nella seconda Guerra Mondiale».
Ma come, non ci avevano detto che si trattava di un «metodo innovativo»? Almeno per ora i molti dubbi restano. L’unica certezza è che l’intero iter avverrà sotto la supervisione di una tash force composta da da 35 militari USA e 64 chimici dell’Army’s Edgewood Chemical Biological Center. «Saranno senza dubbio tutti bravissimi, ma, ad occhio, non mi pare che un’idrolisi, reazione chimica piuttosto semplice[…], possa rendere proprio innocue sostanze come quelle da trattare – ha scritto sul suo blog Antonietta Gatti, fisico e bioingegnere (http://www.lastampa.it/2014/01/21/blogs/nanopatologie/armi-chimiche-siriane-sicuro-distruggerle-in-mare-2lFWjhalIfNwDh53EYPGsM/pagina.html) – […] in quei composti ci sono elementi – facciamo, ad esempio, l’Arsenico – che, comunque combinati, non sono proprio di tutto riposo». Inoltre, ha osservato Gatti: «I 35 più 64 esperti saranno di certo chimici provetti, ma quanto sanno di tossicologia? E di ecotossicologia, cioè la disciplina tristissima che studia l’avvelenamento del Pianeta? Ormai scottata da troppe rassicurazioni poi rivelatesi fasulle, temo che stiamo rischiando più del dovuto. Basterà incrociare le dita?».

 – Maree, 04/07/2014

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