La Hedia sulla rotta dei “gun runners”

I fili delle storie seguono strani percorsi. Rimangono lì, in un angolo remoto della mente o delle soffitte. Poi, all’improvviso, può saltar fuori un foglio di carta dimenticato da decenni che rivela dei fatti lontani. Se questi ultimi siano irrilevanti o preziosi per riannodare finalmente i fili degli eventi è questione di punti di vista.
Questa è la premessa con cui torniamo ad occuparci della Hedia, nave liberiana con commerci italiani, dispersa in circostanze nebulose in pieno Mediterraneo il 14 marzo 1962. Lo facciamo accogliendo la richiesta di Accursio Graffeo, nipote di uno dei venti marinai scomparsi insieme al mercantile, il quale ci ha invitato a proseguire le nostre indagini sul caso. Un appello divenuto via via più accorato dopo la pubblicazione dell’inchiesta firmata da chi scrive, in cui per la prima volta è stato svelato il contenuto di una lettera scritta dal padre di uno dei membri dell’equipaggio. Una missiva vecchia più di cinquant’anni, nella quale il signor Romeo Cesca (padre appunto del marconista Claudio Cesca) parlava apertamente dell’ipotesi che la Hedia fosse carica di armi e che per questo motivo una non meglio precisata autorità estera avesse imprigionato i venti marinai – quasi tutti italiani – per un tempo imprecisato.
Oggi un ulteriore passo avanti per svelare il giallo della nave liberiana potrebbe avvenire grazie al ritrovamento di una nuova lettera, anch’essa inedita. Nessuno fino ad ora, infatti, conosceva l’esistenza di questo documento, che cinquantadue anni dopo il vero o presunto naufragio ci svela qualcosa di davvero interessante.
Il timbro sulla busta che ci è stata consegnata in esclusiva riporta la data del 12 marzo 1962, giorno in cui fu spedita da Casablanca, Marocco. Infatti, dopo essere ripartito vuoto dal porto spagnolo di Burriana, il mercantile caricò proprio nella città marocchina circa 4000 tonnellate di fosfati destinati a Porto Marghera. Fin qui nulla di nuovo, ma nello scritto che vi proponiamo di seguito, vergato nel bel mezzo del mare in tempesta da uno degli uomini a bordo, si evince chiaramente che prima di fare scalo a Casablanca la Hedia avrebbe attraccato in un altro porto del Nord Africa: Tangeri. Una tappa non prevista e non riportata da nessun giornale dell’epoca, nemmeno dopo la scomparsa della nave. Una sosta a dir poco enigmatica di cui non sembra essere rimasta traccia e di cui finora non si aveva notizia.
Tangeri, la città dei mille intrighi, la capitale nordafricana dello spionaggio e del contrabbando. Ecco dove si trovava la Hedia pochi giorni prima di scomparire per sempre.

La rotta seguita della Hedia nel suo ultimo viaggio.
La rotta seguita della Hedia nel suo ultimo viaggio.

Una rotta “invisibile”
«Bisogna tenere a mente la parola “scantonare”» – dice Accursio Graffeo, quarantaquattro anni, siciliano emigrato a Bergamo. Un termine marinaresco che significa allontanarsi di soppiatto, compiere una manovra con l’intenzione di sottrarsi alla vista di qualcuno o di qualcosa. Graffeo usa questo vocabolo non a caso. Sono due anni che dedica molto del suo tempo libero a studiare il mistero della scomparsa della Hedia, la nave su cui era imbarcato suo zio Filippo e per questo conosce tutte le varie fasi dell’ultimo viaggio dell’unità liberiana come nessun altro.
«Dopo essere partito da Ravenna – spiega Graffeo – la rotta del mercantile segue la costa adriatica e ionica italiana, sosta per rifornimento nel porto di Messina e dopo passa l’omonimo Stretto, quindi sfiora la costa sud della Sardegna per poi dirigersi direttamente verso la Spagna. Scantonando le coste, scarica a Tarragona e successivamente a Burriana».
Seguendo questo ragionamento, la Hedia avrebbe scelto di proposito una rotta molto più a nord delle acque prospicienti l’Algeria, a quei tempi sotto il controllo delle navi militari francesi, impegnate nella caccia ai bastimenti che portavano aiuti agli indipendentisti algerini. «La rotta presenta quindi i connotati tipici del tentativo di evitare possibili “incontri pericolosi” con queste unità militari, forse perché la nave era già attenzionata, anche se magari era conosciuta con il suo vecchio nome: Generous», sostiene Graffeo . Si sarebbe trattato insomma di un comportamento logico per rimanere “invisibile”, per eludere un eventuale nemico e potersi infiltrare.
«Arrivata sulla costa spagnola la nave rilascia il suo carico di fertilizzanti poi, sempre seguendo la costa, esce dallo Stretto di Gibilterra e approda sulle coste marocchine». E qui iniziamo finalmente a parlare dell’epistola perduta di cui vi accennavamo. Ufficialmente, infatti, la destinazione del cargo avrebbe dovuto essere Casablanca, ma una lettera del giovane marinaio di coperta saccense Filippo Graffeo, indirizzata alla madre, accenna ad uno scalo nella città di Tangeri. Da qui nasce la tesi, sostenuta oggi con forza dal nipote del marinaio, secondo cui la successiva, possibile, cattura della nave e del suo equipaggio sia avvenuta a causa della consegna di materiale strategico ai ribelli del Front de Libération Nationale (FLN), da cinque anni in guerra aperta contro la Francia per ottenere l’indipendenza dell’Algeria.

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L’Unità, 14/03/1962

«Tangeri era conosciuto dai “gun runners” per essere il porto meno controllato del Marocco, quindi si può pensare che lo sbarco di eventuali armi sia avvenuto lì» – ipotizza Accursio Graffeo – successivamente a Casablanca sono state imbarcate quattromila tonnellate di nitrati che dovevano essere portate direttamente a Venezia senza scali intermedi. La Hedia avrebbe quindi navigato al largo delle coste algerine con un carico completamente legale». Ma forse in quel momento era già scattata la caccia alla Hedia da parte delle unità militari francesi. Possibile? Sì per Graffeo, che ci mostra subito alcuni ritagli di giornale: “La flotta francese si è spostata al largo delle coste algerine”, annunciava L’Unità del 14 marzo 1962. Una squadra navale formata dalla portaerei La Fayette, dall’incrociatore Colbert e da alcune unità minori avrebbe, almeno in teoria, potuto mettersi sulle tracce del nave su cui viaggiavano i marinai italiani, che da allora sarebbe diventata un facile bersaglio.

“La Hedia trasportava armi?”
Fu questo il titolo di un trafiletto pubblicato nel settembre del 1962 sul giornale La Notte di Venezia. Poco dopo, alcuni marinai italiani vennero riconosciuti dai loro familiari in una telefoto scattata nel cortile del Consolato francese di Algeri. In seguito, gli sforzi compiuti per accertare la presenza in vita dell’equipaggio in Algeria contribuirono a sviare l’attenzione sull’interessante quesito posto dal quotidiano veneziano. Poche e confuse furono infatti le possibili conferme al sospetto che fosse effettivamente in atto un tentativo di portare aiuti agli algerini lungo le coste del Nord Africa. Voci, per lo più, alimentate da anonime testimonianze di portuali raccolte all’indomani della scomparsa della nave dall’inviato speciale dell’Europeo Gianni Roghi. Sul finire del 1962 il giornalista tentò di ricostruire l’ultima rotta della Hedia, dall’Italia alla Spagna, dove il 5 marzo l’imbarcazione sarebbe appunto dovuta ripartire vuota alla volta di Casablanca. Vuota o con a bordo delle «misteriose cassette?». Scrisse Roghi nel ’62: «La faccenda delle cassette è un borbottio che circola ancora adesso, ma stabilire chi l’abbia messa in giro è ormai impossibile: nessuno conferma, nessuno smentisce». Sta di fatto che il primo a tirare seriamente in ballo il contrabbando, collegandolo alla scomparsa della Hedia, fu niente meno che il Ministero degli Esteri italiano. “Non si può escludere che la nave abbia imbarcato in Spagna o in Marocco delle armi destinate a qualcuna delle parti contendenti in Algeria (FLN od OAS)”, affermò la Farnesina in un esposto. «In questo caso l’arrivo della Hedia a Casablanca potrebbe far pensare che le “misteriose cassette” fossero destinate in realtà alla prima delle formazioni belligeranti citate», chiosa Graffeo.
Quel che invece nel 1962 si ritenne certo fu che l’unica lettera inviata da Casablanca dai marittimi della Hedia fosse quella dell’ufficiale in seconda Elio Dell’Andrea, scritta l’8 marzo 1962, quando la nave si sarebbe dovuta trovare in navigazione tra Burriana e il Marocco. Una missiva destinata ad un suo amico, tale Buti, che gli aveva procurato quell’imbarco e che non è esagerato definire “fantasma” dal momento che nessuno l’ha mai potuta né vedere né leggere. Il Buti, riportano le cronache, si rifiutò sempre di mostrarla anche alla povera madre dell’ufficiale in seconda. Rimase però agli atti di questo intricatissimo giallo marinaro quello la signora dell’Andrea raccontò al giornalista Roghi in merito a quelle poche righe, il cui contenuto gli era stato in parte letto al telefono proprio dal Buti: «Non ho mai visto il comandante d’umore così nero, specie in questo momento che stiamo facendo il carico. Quando arrivo a Venezia questo viaggio non lo faccio più».
Qual’era il motivo del nervosismo a bordo? Forse Dell’Andrea lo spiegò nella sua lettera, facendola diventare così uno scomodo atto d’accusa per qualcuno? Forse, non lo sapremo mai. Tuttavia il giornalista dell’Europeo, attento osservatore, sottolineò nel suo articolo un particolare apparentemente marginale ma che, come vedremo, si rivelerà importante: «Come faceva Dell’Andrea a dire che stavano facendo il carico se erano in navigazione?».
In effetti dal 5 al 10 marzo, ovvero fino all’attracco a Casablanca, la Hedia non avrebbe dovuto imbarcare più niente. A quale carico si riferiva quindi Dell’Andrea? Una probabile risposta potrebbe arrivare a 52 anni dai fatti ed è questa: è possibile che l’8 marzo 1962 la nave fosse ferma per riempire (o svuotare) le sue stive a Tangeri, un porto nel quale in teoria non avrebbe mai dovuto entrare.
L’eventualità che tutto ciò sia verosimile, tenendo sempre presente la partenza da Burrina il 5 di marzo, ci è stata confermata da un esperto di navigazione. Infatti, considerando i tempi di viaggio alla velocità di 7 nodi (velocità approssimativa ricavata dall’ultimo cablogramma inviato dalla nave nda) è improbabile che solo 3 giorni dopo la Hedia stesse già caricando i fosfati a Casablanca, la cui distanza dal porto spagnolo è di ben 670 miglia, cioè non meno di 4 giorni di viaggio. Dunque, per scrivere l’8 marzo «in questo momento stiamo facendo il carico» il Dell’Andrea avrebbe dovuto trovarsi sulla banchina di un altro punto di ancoraggio. Un scalo, guarda caso, come Tangeri che dista da Burriana appena 440 miglia,  esattamente 3 giorni di mare.
«A Tangeri qualcuno può aver notato qualcosa di strano – azzarda Graffeo – quel qualcosa, con molta probabilità, erano le casse trasportate dalla Hedia».

lettera Filippo Graffeo1
Lettera scritta del marinaio della Hedia Filippo Graffeo alla madre. Come si vede dal timbro la busta è stata spedita da Casablanca (Marocco) il 12 marzo 1962, due giorni prima della scomparsa della nave.

Parola di marinaio
Adesso lo sappiamo, un altro marittimo imbarcato sulla Hedia, oltre il già citato Dell’Andrea, spedì una lettera dal Marocco. Questa volta a parlare, dopo un oblio durato oltre dieci lustri, è proprio uno di quegli uomini: il ventunenne Filippo Graffeo di Sciacca.
Pochi giorni prima di svanire nel nulla nel Mediterraneo insieme ai suoi compagni, evento in seguito al quale non verrà mai più ritrovato né vivo né morto, il giovane Filippo scrisse una lettera alla madre. Una testimonianza preziosa che solo adesso viene resa pubblica dai familiari.

I marinai della Hedia. Primo a sinistra, Filippo Graffeo di Sciacca
Venezia, 1962, alcuni marinai italiani della Hedia. Il primo a sinistra è Filippo Graffeo di Sciacca, 21 anni, marinaio di coperta.

«Cara Mamma ti faccio sapere che sto bene come spero tutti in famiglia», scrisse il marinaio raccontando dell’arrivo dalla Hedia in Spagna. «Mamma faccio questa lettera con maltempo, è scritta un po’ male ma non ci fa niente». A questo punto c’è la rivelazione: «Siamo andati a TANGER e sono venuti quelli che vendevano tutti cosi (i venditori ambulanti nda) e ho comprato un orologio col coperchio e una pietra di sopra».
Tanger, Tangeri. La circostanza menzionata nei dettagli dal marinaio Graffeo sembra non lasciare dubbi: la nave fece effettivamente scalo nella leggendaria città costiera del Marocco. Ma che ci faceva la Hedia lì? Questo è forse il bandolo della matassa, la pietra angolare di questo cold case.

lettera Filippo Graffeo2«La prima cosa che mi e venuta in mente quando ho letto quella vecchia lettera è che Tangeri non era un porto designato per fare scalo – dice Accursio Graffeo – era invece quello che oggi definiremmo un terminal ideale per trasbordi veloci e soprattutto, negli ultimi anni della guerra franco-algerina, era utilizzato per alcuni traffici… diciamo sospetti».
Forse il piroscafo doveva effettuare una consegna in Marocco? Siamo nel campo delle pure supposizioni, ma il traffico di armamenti che avveniva proprio in quelle zone nel corso della guerra d’indipendenza algerina è un fatto storico. «Tangeri era il porto preferito da alcuni famosi trafficanti di armi come il tedesco Georg Puchert, attivo in quella zona per diversi anni – ricorda Graffeo – Puchert faceva affari con gli indipendentisti e per questo una cellula deviata dei servizi segreti francesi gli fece fare una brutta fine. Ma è anche risaputo che nello stesso porto hanno scaricato casse di armi destinate all’FLN diverse navi. Ne cito due su tutte: nel 1960 scaricò armi la nave Breza capitanata dal capitano bulgaro Vassil Valtchanov, mentre nel mese di gennaio del 1962 la nave cubana Bahìa de Nipe consegnò ai guerriglieri algerini fucili e mortai inviati da Fidel Castro, un’operazione segreta promossa da Che Guevara e coordinata da Jorge Ricardo Masetti».
Tutto vero, ma c’è un però… Fermo restando che nessun documento redatto dopo la scomparsa della Hedia menziona lo scalo a Tangeri e che quindi risulta davvero strano che questo particolare non sia mai stato portato alla luce prima d’ora, è altrettanto vero che la prua della Hedia era già entrata nel porto marocchino almeno un’altra volta. Ce lo rivela un articolo pubblicato dal Gazzettino di Venezia (“Continua il silenzio sulla sorte dell’Hedia”, 25 settembre 1962 nda). Ecco il passaggio che ci interessa: «Nel viaggio precedente, egli (il capitano nda) avrebbe ricevuto un telegramma di rimprovero perché, all’atto di affrontare il Canale di Sicilia in burrasca, mentre un’altra nave che faceva la stessa rotta aveva proseguito, egli avrebbe preferito rifugiarsi a Tangeri in attesa che il tempo si mettesse al meglio. Questo, date le analoghe circostanze durante l’ultimo viaggio – ricordiamo che quando l’Hedia scompare il Canale di Sicilia era in burrasca – avrebbe potuto forzare la mano al comandante sì da fargli affrontare, anche se nolente, il Mediterraneo in tempesta».
Dietro lo scalo a Tangeri potrebbe quindi non nascondersi alcun mistero. La nave potrebbe essere semplicemente entrata in porto al solo scopo di cercare un riparo al maltempo, per altro menzionato anche nella lettera spedita da Casablanca. Una possibilità che non convince però l’instancabile Accursio Graffeo, che insiste: «La sosta a Tangeri è legata in qualche modo alla successiva scomparsa della Hedia, ne sono più che convinto. Come si sa nei porti accade di tutto: ci sono tanti occhi che guardano, finti ubriachi…». Qualcuno, sempre secondo il nipote del marinaio Graffeo, avrebbe fatto la spia rivelando la natura del carico trasportato dalla Hedia e proprio per questo la nave sarebbe stata seguita e bloccata durante il tragitto di ritorno da Casablanca all’Italia.
Certo i dubbi in merito all’ipotesi fin qui esposta non mancano, ma se fosse tutto vero l’abbordaggio in alto mare della Hedia compiuto da un gruppo di militari armati sarebbe stata certamente un’amara sorpresa per buona parte degli uomini imbarcati sul mercantile. Dei seri e onesti lavoratori come il giovane Filippo Graffeo, finiti impigliati loro malgrado in una rete invisibile di traffici e misteri.

Massimiliano Ferraro – 10/08/2014

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