Sulla Hedia gli “aiuti” di Mattei agli algerini?

hedia

La nave Hedia. (Foto: web)

Guerra, armi e petrolio: il vecchio giallo dalla nave scomparsa si infittisce.

La guerra franco-algerina, il sogno dell’indipendenza energetica dell’Italia e la Hedia, la nave scomparsa nel nulla al largo delle coste tunisine il 14 marzo 1962. Tre storie distanti tra le quali è forse possibile trovare delle connessioni. Saranno i lettori a stabilire se si tratta solo di un racconto inverosimile o del tutto reale seppure incredibile. Fatto sta che molto di quanto avvenuto dopo quel lontano giorno di marzo in cui la Hedia scomparve insieme ai suoi 20 marinai contrasta con la tesi del semplice affondamento. Oltre cinquant’anni dopo errori, omissioni, cose dette e smentite, affermazioni ambigue e foto misteriose caratterizzano ancora questo vecchio giallo marinaro. Un cold case che rimane ancora avvolto da una nebbia fittissima, tanto più dopo il ritrovamento di due lettere inedite, di cui chi scrive vi ha già riferito in precedenza.
Nella prima lettera, firmata dal padre del marconista Cesca, viene menzionata la possibilità che la Hedia avesse a bordo delle armi e che una non meglio precisata autorità estera (la Francia?) tenesse l’equipaggio prigioniero. La seconda epistola, vergata nel bel mezzo del mare in tempesta direttamente da uno dei membri dell’equipaggio, rivela invece uno scalo non previsto del mercantile nel porto di Tangeri, la capitale nordafricana dello spionaggio e del contrabbando. Ecco quindi che, tenendo conto della situazione di guerra in cui nel 1962 si trovava la zona di Mediterraneo in cui la Hedia è scomparsa e delle vicende legate ai traffici di armi che durante quella guerra hanno visto protagoniste tante navi, è possibile formulare alcune ipotesi che vanno al di là di quella ufficiale.

Il contrabbando di armi nella guerra franco-algerina

La guerra d'Algeria, o meglio guerra franco-algerina o guerra d'indipendenza algerina (in Algeria anche Rivoluzione), è il conflitto che oppose tra il 1º novembre 1954 e il 19 marzo 1962 l'esercito francese e gli indipendentisti algerini guidati dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN, Front de Libération Nationale), che aveva rapidamente imposto la propria egemonia sulle altre formazioni politiche.Dopo sette anni e mezzo di uno scontro senza esclusione di colpi, da una parte come dall'altra (generalizzazione della tortura, attentati, terrorismo, rappresaglie, napalm...), gli algerini conquistarono l'indipendenza che fu proclamata il 5 luglio 1962.

La guerra d’Algeria (Foto:web)

Il primo a non credere che la Hedia sia semplicemente affondata a causa del maltempo è Accursio Graffeo, nipote di un marinaio ventunenne scomparso nel 1962 insieme al mercantile. Graffeo ricorda che il primo a ventilare l’ipotesi che il commercio di armi o di altro materiale strategico fosse in qualche modo legato alla vicenda della Hedia fu il Ministero degli Esteri italiano. In un esposto la Farnesina scriveva: “Non si può escludere che la nave abbia imbarcato in Spagna o in Marocco delle armi destinate a qualcuna delle parti contendenti in Algeria (FLN od OAS)”. «In questo caso l’arrivo della Hedia in Marocco potrebbe far pensare che le “misteriose cassette”, di cui fin da subito si vociferò l’esistenza, fossero probabilmente destinate alla prima delle formazioni belligeranti citate: i ribelli del Front de Libération Nationale algerino (FLN), in guerra contro la Francia per ottenere l’indipendenza del paese nordafricano», chiosa Graffeo.
È risaputo che durante la Guerra d’Algeria il FLN sia stato costantemente rifornito di armamenti provenienti, seppure indirettamente, dall’Unione Sovietica attraverso gli Stati appartenenti al Patto di Varsavia, o che comunque vicini alla sua orbita geopolitica come l’Egitto e Cuba. Le armi trasportate via mare approdavano in Marocco e in Tunisia e da lì entravano poi in territorio algerino.
Graffeo, che nel tentativo di far luce sul mistero della scomparsa della Hedia è diventato un esperto del periodo storico in questione, ricorda in particolare come durante l’intero arco di tempo della guerra si sono registrati numerosi episodi di sequestro in mare, operati dalle navi militari francesi, di mercantili che trasportavano armi destinate al FLN. Altre navi “gun-runners” invece non sono mai arrivate sulle coste nordafricane, perché sono state fatte esplodere in Europa, nei porti di carico, ancora prima della partenza, a seguito di attentati operati direttamente dal servizio segreto francese, dalla sua cellula terroristica deviata (la “Main Rouge”) o dall’OAS (l’organizzazione clandestina francese a favore del mantenimento coloniale in Algeria nda). Attentati che hanno avuto come obiettivo non solo le navi, ma spesso anche gli stessi trafficanti. Alcuni di questi episodi sono conosciuti, ma  non c’è da dubitare che molti altri rimangano ancora nell’ombra.
Per quanto riguarda i sequestri in mare si può citare come esempio quello avvenuto nell’ottobre del
1956 al piroscafo Athos, definito dalle cronache giornalistiche di allora uno “yacht pirata”. Partito da Alessandria d’Egitto con diciassette uomini a bordo tra cui italiani e algerini, venne catturato dalla nave militare francese Commandant De Pimodan con un carico di settanta tonnellate di armi d’ogni tipo: mortai, mitragliatrici, fucili automatici, pistole e granate fabbricate nell’Europa dell’Est e dirette ad approvvigionare gli indipendentisti algerini.
Un altro caso emblematico fu quello che nel 1958 vide coinvolta la nave jugoslava Slovenija. Una moderna nave mista, carico e passeggeri, sequestrata da unità militari francesi nelle acque al largo dell’Algeria, mentre era diretta a New York con scalo a Casablanca. Trasportava 150 tonnellate di armi cecoslovacche imbarcate nel porto jugoslavo di Fiume che figurano ufficialmente vendute al Marocco.
Molti altri episodi simili riguardanti navi di trafficanti dirette verso i porti del Marocco o della Tunisia, paesi che rappresentavano le porte d’ingresso all’Algeria, si registrarono nel corso di tutta la guerra d’indipendenza.
Ma cosa c’entra tutto questo con la scomparsa della Hedia? Secondo Graffeo non si può escludere che anche la Hedia possa aver fatto parte di questa nutrita schiera di navi “gun-runners”. Ma stabilire oggi se ciò corrisponda a verità risulta arduo: al momento nessuno può confermare nulla. Si tratta quindi di supposizioni, fermo restando che il traffico di armamenti che avveniva proprio sull’ultima rotta della Hedia nel corso della guerra franco-algerina è, come si è visto, un fatto storico documentato. Fa riflettere in particolare che appena due mesi prima dell’attracco del nostro mercantile a Casablanca, nel gennaio del 1962, la stessa via nordafricana delle armi sia stata seguita dal cargo cubano Bahìa de Nipe, che sbarcò in Marocco delle casse di armi attese al campo dell’FLN situato nei pressi del villaggio di Oujda.
Di certo se la nave condotta dagli italiani trasportava davvero delle armi, magari all’insaputa di tutto o buona parte dell’equipaggio, lo faceva per conto di qualcuno. Ma chi? Non erano in molti a quei tempi ad avere il coraggio sfidare apertamente gli interessi della Francia armando i ribelli indipendentisti. Un azzardo che poteva significare firmare la propria condanna a morte, proprio come accaduto a Georg Puchert (alias Captain Morris), trafficante di armi tedesco di casa a Tangeri, assassinato dalla “Main Rouge” a Francoforte il 3 marzo 1959.

Mattei

Enrico Mattei ( 29/04/1906 – 27/10/1962)

L’ipotesi Mattei
Accursio Graffeo traccia il suo scenario: «Mi sono domandato chi in Italia avesse l’interesse a rifornire di armi l’Algeria e forse c’era solo una persona: in tanti libri viene riportata la teoria che Enrico Mattei, all’epoca presidente dell’ENI, rifornisse di armi i ribelli algerini visti i suoi ottimi rapporti con il governo provvisorio». Non è un segreto infatti che l’ENI di Mattei parteggiasse per gli algerini al fine di arrivare allo sfruttamento delle risorse di petrolio e gas naturale di quella colonia che la Francia stava perdendo.
Per Graffeo il primo contatto tra la Hedia e Mattei sarebbe il porto di Ravenna, punto di partenza dell’ultima crociera di carico della nave nel Mediterraneo. A Ravenna c’era lo stabilimento dell’ANIC (società dell’ENI nda), specializzato nella produzione di fertilizzanti ed è quindi possibile che il carico di concimi chimici imbarcato sulla nave sia uscito proprio da quell’impianto. È possibile, sottolineiamo noi, perché i documenti di carico della Hedia sono andati perduti durante l’alluvione di Ravenna del 1966 che provocò l’allagamento degli uffici della locale Capitaneria di Porto. Ma il nipote del marinaio della Hedia insiste: «Il carico di armi potrebbe essere avvenuto in questa occasione, magari imbarcandolo come attrezzature petrolifere o di altro genere, così da farlo passare senza incorrere in controlli troppo scrupolosi». Come ulteriore supposizione si potrebbe anche rilevare che i fertilizzanti contengono nitrati, i quali hanno una certa affinità chimica con alcuni tipi di esplosivo.
L’ipotesi della partecipazione della nave Hedia ad un traffico di armi destinato ai rivoltosi algerini per conto dell’ENI di Enrico Mattei (che, ovviamente, nulla ha a che vedere con l’attuale ENI nda) avrebbe coinvolto, suo malgrado, lo Stato italiano e quindi soprattutto i vertici della Democrazia Cristiana di allora. Dal canto loro i francesi avrebbero avuto, almeno in teoria, tutta la convenienza di rendere pubblica la vicenda. In questa situazione sarebbe stato quindi unicamente interesse dell’Italia cercare di nascondere l’accaduto. Come mai allora Parigi, interpellata a riguardo, ha sempre affermato di non sapere nulla di quella nave scomparsa?
L’insolito comportamento della Francia nella vicenda, i silenzi, le ambiguità, possono trovare una spiegazione solo qualora il supposto traffico di armi operato dalla Hedia abbia avuto origini e motivazioni diverse da quelli condotti da altre navi. Nel caso specifico si sarebbe trattato di un contrabbando operato da una “entità” italiana, quindi appartenente ad una nazione “amica”, originato da motivi di pura convenienza nel futuro sfruttamento delle risorse energetiche algerine. Insomma, un’azione che poteva essere interpretata alla stregua di una concorrenza sleale.
Seguendo questo ragionamento la sparizione della Hedia e del suo equipaggio potrebbe essere interpretata come una rappresaglia della Francia diretta contro l’Italia e particolarmente contro chi in Italia aveva originato il traffico. Un duro avvertimento inviato da una nazione che era risolutamente decisa a mostrare una totale intransigenza nei confronti di tutti coloro che, favorendo il FLN, miravano a ledere i suoi interessi. Inoltre lo scenario di guerra poteva verosimilmente mascherare qualsiasi eventuale eccesso nell’azione da parte delle unità navali francesi.
Tuttavia, come già accennato, non solo la Francia e il cartello del petrolio statunitense-anglo-olandese vedevano Mattei come un pericolo. Anche in Italia il presidente dell’ente petrolifero nazionale contava sicuramente molti nemici, forti antipatie e contrasti. Possibile quindi ci possa essere stato un tacito e inconfessabile accordo tra la politica francese e quella italiana per colpire attraverso la Hedia, anche se per motivi molto diversi, Mattei e le sue attività non gradite ad entrambe? Una sorta di “agreement” che avrebbe visto i governi delle due nazioni coalizzati contro Mattei con la benedizione degli USA, delle “Sette Sorelle” del petrolio e dell’OAS?
Riassumendo, qualora la Hedia avesse realmente trasportato armi per il FLN si sarebbe trovata a fare da capro espiatorio nella dura contesa, sarebbe diventata il messaggio d’avvertimento a Mattei sia da parte francese che da quella italiana.
È un peccato che nessuno abbia voluto confermarci espressamente la fondatezza di questa congettura visto che, per vie traverse, abbiamo comunque ottenuto alcune considerazioni molto interessanti. «A distanza di tanti anni le mie memorie non sono più molto chiare, mi ricordo comunque che si parlava in modo abbastanza esplicito di traffico di armi e di reazioni da parte francese per aiuti al FLN», ha confidato una persona che all’epoca si occupò a lungo del caso Hedia. «L’ipotesi (l’invio di aiuti agli algerini nda) è giusta, ma anche Mattei finì vittima dei suoi “intrighi”… A mio parere si troverà ben poca cosa negli archivi italiani, si dovrebbero invece cercare dei riscontri negli archivi tunisini».
Purtroppo, i decenni che ci separano dalla scomparsa della nave Hedia rendono pressoché impossibile stabilire quale margine di attendibilità possa avere la versione dei fatti fin qui esposta, certamente molto suggestiva. Per quanto ci riguarda i punti  concreti su cui riflettere sono tre: nei primissimi anni ’60 Mattei decise di fare di Ravenna il porto principale per le spedizioni dei prodotti dell’ENI verso l’Africa ed il Medio Oriente. Lo scalo, nonostante le ridotte dimensioni e la bassa profondità del pescaggio, divenne in quegli anni il principale porto dell’Adriatico per i prodotti petroliferi e chimici; proprio da Ravenna, nella seconda metà di febbraio del 1962, la nave Hedia salpò per il suo ultimo viaggio con a bordo un carico di fertilizzanti; le notizie secondo le quali Mattei riforniva di armi i ribelli algerini furono ampiamente diffuse in quegli anni dalla stampa francese, anche in assenza di dati di fatto certi e verificabili.

L’odiato “Spaghetti”

Il 27 ottobre 1962 l'aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris I-SNAP su cui stava tornando a Milano da Catania, precipitò nelle campagne di Bascapè (un piccolo paese in provincia di Pavia) mentre durante un violento temporale era in avvicinamento all'aeroporto di Linate. Morirono tutti gli occupanti: Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e lo statunitense William McHale, giornalista della testata Time–Life, incaricato di scrivere un articolo su Mattei.[53] Secondo alcuni testimoni, il principale dei quali era il contadino Mario Ronchi (che in seguito ritrattò la sua testimonianza), l'aereo sarebbe esploso in volo.

Il 27 ottobre 1962 l’aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris I-SNAP su cui Mattei stava tornando a Milano da Catania, precipitò nelle campagne di Bascapè (Pavia). Oltre al presidente dell’ENI morirono il pilota  Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale, incaricato di scrivere un articolo su Mattei.  Secondo alcuni testimoni, tra cui il contadino Mario Ronchi – che in seguito ritrattò la sua testimonianza – l’aereo sarebbe esploso in volo. (Foto: web)

In un bar di Algeri, dove durante la guerra franco-algerina erano soliti ritrovarsi i soldati della Legione Straniera francese, un giorno un ufficiale volle festeggiare la notizia dell’assassinio del trafficante di armi Georg Puchert. L’ufficiale si disse certo che il prossimo di cui festeggiare la morte sarebbe stato lo “Spaghetti”, nomignolo con il quale i legionari chiamavano Enrico Mattei, ritenuto amico del Front de Libération Nationale.
Questo episodio, raccontato dall’ex legionario Sebastiano Veneziano nel suo libro “Legionario in Algeria”, può servire a far comprendere il rancore che i francesi nutrivano nei confronti del presidente dell’ENI. Un odio iniziato fin da quando, nel 1958, Mattei aveva creato dei collegamenti diretti con alcuni importanti esponenti del FLN e giunto all’apice durante i negoziati di Evian (8 aprile 1962). In quell’occasione la collaborazione di “Spaghetti” con la delegazione algerina per preparare un vantaggioso accordo sullo sfruttamento delle risorse del Sahara fu più che mai un motivo di risentimento da parte dei francesi. Ovviamente, un’opinione opposta di Mattei l’avevano gli algerini. Stando agli atti del convegno “Enrico Mattei e l’Algeria”, tenutosi ad Algeri il 7 dicembre 2010, Rédha Rahal, membro del governo provvisorio algerino, avrebbe confessato che «sognava da tempo di portare dei fiori sulla tomba di Mattei in memoria dell’aiuto prezioso che aveva fornito all’Algeria combattente».
Com’è noto Enrico Mattei morì in un misterioso incidente aereo il 27 ottobre 1962, appena sette mesi dopo la scomparsa della nave Hedia. Le indagini della Procura di Pavia sull’ipotesi di un attentato si conclusero con l’archiviazione. Solo nel 1997 una nuova inchiesta arrivò alla conclusione che l’aereo su cui viaggiava il numero uno dell’ENI venne «dolosamente abbattuto».
Nonostante le posizioni di Mattei in campo energetico lo avessero messo apertamente in rotta di collisione con gli interessi di Parigi, nulla di certo si può dire fino ad oggi sull’effettivo coinvolgimento dei servizi segreti francesi nel sabotaggio del suo aereo.

Un gioco pericoloso
«Enrico Mattei è il simbolo del nazionalismo economico dell’Italia». Arthrur Schlesinger, consigliere di John Kennedy, descrisse così la scomoda figura del presidente dell’ENI.
L’ex partigiano Mattei mirava a far diventare l’Italia una potenza energetica attraverso degli ottimi accordi per lo sfruttamento del petrolio e del gas algerino, e per questo appoggiava in maniera palese e nascosta la guerra anti-colonialista contro la Francia.
I fatti: nel giugno 1958 il generale Sanan, comandante delle forze francesi in Algeria, riferì che «secondo alcune informazioni, i ribelli algerini si trovano in Italia per comprare una grande riserva di armi e munizioni il cui valore sarebbe di milioni di dollari». Il medesimo sospetto venne evidenziato chiaramente in quegli anni da un rapporto dall’ambasciata francese di Roma: «L’Italia è un luogo di passaggio frequentato da funzionari FLN e una fonte per la fornitura di armi».
Le varie fasi di avvicinamento tra le posizioni dei ribelli e quella del presidente dell’ENI, sempre alle prese con la sua ostinata battaglia per l’indipendenza energetica del Bel Paese, sono riportate anche nel libro “L’assassinio di Enrico Mattei”, scritto nel 1970 da Fulvio Bellini e Alessandro Previdi. «Mattei cominciò ad assumere sempre più apertamente un atteggiamento di aperta simpatia per la causa algerina – scrivono gli autori – simpatia che doveva manifestarsi in pubbliche dichiarazioni, con prese di contatto con leaders del GPRA (Gouvernement provisoire de la République algérienne nda) e nella consegna ai fiduciari del FLN di aiuti di ogni genere, non esclusi contingenti di armi e munizioni. E ancora: «Resta comunque acquisito che Mattei venne sempre indicato come uno dei maggiori finanziatori del Fronte Algerino». Proprio a riguardo di tali sospetti è più preciso Nico Perrone nel suo libro “Enrico Mattei”: «Se si deve prestare fede a una voce raccolta in un rapporto della Guardia di Finanza, Mattei avrebbe fatto rifornire di armi i ribelli algerini attraverso un mercante (vedi Archivio della Guardia di Finanza, Roma nda)».
Vere o meno che fossero queste voci, si trattava comunque delle stesse sirene che oltreconfine vennero percepite come ben più attendibili e allarmanti. Sembra ad esempio che l’intelligence francese avesse ottenuto una copia di un contratto firmato tra Mattei ed il presidente del Governo provvisorio algerino, Ferhat Abbas, in cui il primo si impegnava a rifornire di armi i ribelli. O ancora, come raccontò nel 1997 al Corriere della Sera Jean Jacque Susini, esponente di spicco dell’OAS: «Noi sapevamo che l’ENI forniva armi ai ribelli algerini attraverso la Tunisia, era un gioco che rientrava negli interessi petroliferi dell’Italia».
Anche la Hedia, svanita nel nulla proprio in acque tunisine, fu una pedina sacrificata in questo gioco? È una semplice domanda e le domande non dovrebbero mai far paura a nessuno.

Massimiliano Ferraro – 15/08/2014

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