Caso Toni-De Palo, il 28 agosto scade il segreto di Stato (Narcomafie)

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«Se fra tre giorni non ci vedete cercateci», avevano detto Italo Toni e Graziella De Palo (nella foto), comunicando all’ambasciata italiana di Beirut il loro viaggio nei campi palestinesi del Libano del sud. Era il 1º settembre 1980. Il giorno successivo i due giornalisti sarebbero scomparsi per sempre nei meandri di quella polveriera mediorientale della quale entrambi erano appassionati. Sicuramente vennero rapiti e uccisi anche se i loro corpi non sono mai stati ritrovati.
Trentaquattro anni dopo non è ancora stato possibile fare piena luce sulle circostanze che portarono alla loro misteriosa sparizione, collegata probabilmente all’inchiesta che i due stavano conducendo su un traffico di armi tra Italia e Medio Oriente, un intreccio inconfessabile di interessi mai completamente chiariti tra servizi segreti italiani e terrorismo palestinese.
Un caso reso difficile ad arte quello Toni-De Palo, condizionato fin da subito da silenzi e depistaggi. E quando anche questi squallidi mezzi non furono più sufficienti per fermare le indagini si ricorse all’uso del segreto di Stato. Un vincolo che dopo esattamente trent’anni, trascorso il termine massimo consentito per legge, scadrà definitivamente il prossimo 28 agosto. Solo allora dovrebbe essere possibile visionare i documenti custoditi nell’archivio dell’AISE (che ha ereditato gli atti del SISMI, l’ex servizio segreto militare ndr) e forse scoprire chi e perché ha condannato a morte Italo e Graziella.
«Sulle ragioni che portarono all’eliminazione dei nostri congiunti non nutriamo più dubbi», hanno scritto i familiari dei due giornalisti in un accorato appello per ottenere giustizia. «Anche se la verità storica è stata parzialmente ricostruita, ciò che appare evidente è che in nome del cosiddetto “lodo Moro-Giovannone” l’Italia – a partire dall’attentato di Settembre Nero agli impianti dell’oleodotto transalpino SIOT di Trieste del 4 agosto 1972 – aveva deciso di scendere a patti con il terrorismo di matrice palestinese per salvaguardare i propri interessi vitali. Tra le tante vittime di questo patto (scellerato) ci sono anche Graziella e Italo. Gli interessi economici prevedevano lucrosi affari nella vendita di armi a quei Paesi nei confronti dei quali vigevano embarghi economico-militari. Le ambiguità della politica mediorientale dell’Italia vennero definite da Paolo Emilio Taviani nella formula “della moglie americana e dell’amante libica” (o araba). Tale formula venne ripresa anche in Commissione Stragi dall’ex capo della Polizia, Vincenzo Parisi, per spiegare il movente di tante stragi ancora oggi inspiegabili o ancora coperte da inquietanti aloni di mistero».
Verità emerse, verità taciute e pezzi mancanti si fiancheggiano ancora oggi sullo sfondo del caso Toni-De Palo, un episodio inquietante che l’opinione pubblica sembra aver dimenticato.

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La prassi delle armi “deviate”. Italo Toni aveva 50 anni e scriveva per i «Diari». Le poche immagini presenti sul web lo ritraggono sempre con i capelli ben pettinati all’indietro mentre parla o sorride, a volte con grossi occhiali scuri, giacca e camicia bianca. Italo il Medio Oriente ce l’aveva nel sangue e faceva spesso su e giù per quelle frontiere roventi. A volte tornava a casa con dei veri e propri scoop, come nel caso della sua inchiesta più famosa, quella sui campi di addestramento dei guerriglieri palestinesi in Giordania, pubblicata dal settimanale francese «Paris Match».
Graziella De Palo lavorava per «Paese Sera». Aveva appena 24 anni, ma non era meno brava e appassionata. In una foto in bianco e nero, Graziella ci appare di profilo mentre sta seduta su una sedia di vimini. Bella e sorridente con i suoi lunghi capelli castani.
Prima di essere rapita la De Palo aveva scritto alcuni interessanti articoli sul viavai di materiale strategico tra l’Italia e il Medio Oriente. In un pezzo in particolare, “False vendite, spie, società fantasma: così diamo armi”, pubblicato da Paese Sera il 21 marzo 1980, la giovane giornalista si era occupata delle armi italiane che, attraverso delle triangolazioni e con la complicità dei nostri servizi segreti, finivano anche in Medio Oriente violando gli embarghi dell’ONU.
Le commesse delle “armi deviate”, raccontò Graziella De Palo, erano camuffate come delle normali vendite a dei paesi non belligeranti. Come nel caso dei cannoni prodotti da un’azienda dell’IRI e montati a La Spezia a bordo di due motovedette francesi. Navi che, così come molte altre, in realtà non andavano in Francia ma facevano rotta verso sud: «Attraversano lo stretto di Gibilterra. Attraccano nel punto in cui il vero acquirente sta attendendo la merce: un qualunque porto della costa marocchina». In questo modo le armi italiane venivano dirottate verso le aree del mondo sottoposte ad embargo lasciando puliti i bilanci ufficiali delle ditte statali. Allo smistamento delle esportazioni clandestine non erano estrani i nostri servizi segreti. «Ex agenti del SID, filiali nel Terzo Mondo, rappresentanti commerciali e ditte di import-export di copertura compongono il fitto mosaico del mercato “sporco” delle armi», scriveva ancora la De Palo.
Nell’articolo viene anche citato il testo dell’interrogazione parlamentare presentata il 7 ottobre 1977 dall’onorevole Folco Accame per sapere: «se risulta che tra i compiti dei servizi segreti vi sia quello di assicurare prioritariamente assistenza alle società in Italia e all’estero per la ricerca di mercati, supporto alle vendite, concessioni di autorizzazioni per il trasporto e l’imbarco e in tutte quelle attività che hanno qualche interesse commerciale (nel campo degli armamenti ndr)».
Un contrabbando allarmante verso il Medio Oriente e l’Africa di «armi di cui nessuno in Italia è in grado di controllare la destinazione finale», messo a fuoco da Graziella De Palo già qualche mese prima di partire alla volta di Beirut per quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio.

Beirut, 2 settembre 1980. Alla fine di agosto del 1980 Italo Toni e Graziella De Palo si recano in Libano come ospiti dell’Olp (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Il paese, a quei tempi rifugio dei guerriglieri palestinesi e per questo motivo nel mirino di Israele, era un luogo molto pericoloso. Squassato dalla guerra civile iniziata nel 1975, in territorio libanese si fronteggiano le milizie filo-occidentali composte dai cristiani maroniti (delle quali faceva parte il partito falangista) e una coalizione di palestinesi alleati ai libanesi musulmani.
I due giornalisti arrivano a Beirut via Damasco, passando attraverso un varco controllato dai siriano-palestinesi. Nella capitale libanese trovano alloggio all’hotel Triumph, situato nell’area della città controllata dai palestinesi. Il primo settembre si recano all’ambasciata italiana comunicando l’intenzione di spostarsi a sud, nei pressi del castello di Beaufort, per realizzare un reportage sulle basi del Fronte Democratico Popolare per la Liberazione della Palestina. Tutto sembra procedere bene, ma già i tempi stringono, l’inizio della cupa vicenda che li vedrà protagonisti è vicino.
Il giorno dopo, come da programma, una jeep viene a prendere Italo Toni e Graziella De Palo davanti al Triumph. Ma forse l’auto su cui salgono è quella sbagliata. La versione più accreditata parla di una jeep che tende loro una trappola, spacciandosi per quella del Fronte Democratico che stavano aspettando. Scompariranno da quel momento per sempre e di loro non si avranno mai più notizie certe.
È il 2 settembre 1980, esattamente un mese dopo la strage di Bologna.

I traffici del “lodo Moro”. La scomparsa dei due giornalisti venne denunciata il 4 ottobre 1980 dalla famiglia di Graziella De Palo. Nonostante la comprensibile preoccupazione dei familiari, le prime notizie che giunsero dal Libano furono stranamente molto rassicuranti. Prima si parlò della partenza di Toni e De Palo per l’Iraq, poi del fatto che i due avrebbero fatto presto ritorno a casa. Ma nulla di tutto ciò rispondeva al vero. Alla fine, anche in assenza di oggettivi riscontri, si cercò per mesi di attribuire la responsabilità del sequestro dei reporter italiani ai falangisti, il movimento nazionalista libanese. Un’ipotesi condivisa da molti, ma non dall’ambasciatore italiano a Beirut Stefano D’Andrea che invece indicò fin da subito il coinvolgimento dei palestinesi nel sequestro. Una pista che si scelse però di non seguire. Infatti di lì a poco il Ministero degli Esteri trasferì D’Andrea ad altra sede e affidò il caso agli uomini del servizio segreto militare. Quel SISMI ai cui vertici c’era il generale Giuseppe Santovito (ritenuto tra gli iscritti alla Loggia massonica P2, tessera n°1630) e che in Libano aveva il suo capo centro nel colonnello Stefano Giovannone, noto come il “Lawrence d’Arabia italiano”. Si trattava dello stesso ufficiale che, prima di interessarsi al caso dei giornalisti scomparsi a Beirut, avrebbe fatto da mediatore per la sigla del cosiddetto «lodo Moro», vale a dire quel patto segreto (e quindi privo di riscontri documentali) voluto dall’allora ministro degli Esteri Aldo Moro per assicurare all’Italia una sorta di protezione dai possibili attentati delle formazioni terroristiche mediorientali, in cambio dell’impegno a far transitare senza problemi sul nostro territorio nazionale uomini e armi.
L’ambiguo interessamento del SISMI al caso Toni-De Palo si concretizzò principalmente attraverso delle fantomatiche trattative per la liberazione dei due giornalisti. Le indagini vennero di fatto sviate nel momento più delicato verso l’inconsistente teoria falangista, appoggiata in qualche modo anche dagli alti dirigenti dell’Olp come Yasser Arafat che nell’aprile del 1981 assicurò ai familiari degli scomparsi che i loro cari erano vivi ma trattenuti proprio dai falangisti.
Probabilmente, la manipolazione dei fatti operata dal SISMI servì a coprire gli accordi segreti italo-palestinesi messi in pericolo dall’inchiesta sul traffico di armi che i due giornalisti stavano conducendo in Libano. Per questo, forse, Italo e Graziella non dovevano essere ritrovati vivi. Ne è convinto Nicola De Palo, cugino della giornalista scomparsa e autore del libro “Omicidio di Stato”: «Sono stati eliminati perché avevano scoperto i legami tra il terrorismo palestinese e le Brigate Rosse, con un traffico di armi “istituzionale” che partiva dall’Italia verso la Palestina ed uno di ritorno “coperto”, diretto al terrorismo nostrano».
Scriveva Marco Boato in un articolo dedicato ai due desaparecidos italiani in Libano: «Non credo esista negli ultimi decenni un caso analogo in nessun altro Paese (se si eccettuano i regimi totalitari). Altri giornalisti in situazioni “incandescenti”, sono stati uccisi: ma si sono, almeno, ritrovati i corpi, ricostruite le dinamiche dei fatti, spesso anche individuate le responsabilità. Nulla di tutto questo è ancora avvenuto nel caso De Palo-Toni».

La pista palestinese e la strage di Bologna. La strage di Bologna del 2 agosto 1980 e, un mese dopo, la scomparsa in Libano di Italo Toni e Graziella de Palo: due fatti che potrebbero essere legati da un filo rosso. È questa la convinzione di Giancarlo De Palo, fratello della giornalista di Paese Sera: «La scomparsa di Graziella è strettamente connessa con le indagini sulla strage di Bologna del 2 Agosto 1980. In quei giorni aveva già preparato il suo viaggio, ma la notizia della strage e la contestuale apertura di una “pista libanese” mi portò a ritirare ogni forma d’appoggio al suo viaggio e giunsi fino al punto di litigare con lei».
I due giornalisti, indagando sul traffico di armi verso il Medio Oriente, potrebbero insomma aver trovato degli indizi sui mandanti dell’attentato alla stazione ferroviaria, ritenuti pericolosi da quello Stato parallelo fatto di eminenze grigie e 007 senza scrupoli. Infatti, anche se nessuna sentenza lo ha mai dimostrato, una delle ipotesi sul movente della strage è che essa sia stata una reazione palestinese per aver violato il “lodo Moro”, in particolare dopo il sequestro di due missili e l’arresto del responsabile italiano dell’FPLP (Fronte Popolare di Liberazione della Palestina), l’organizzazione terroristica di George Habbash, legata ad Al Fatah.
Ma troppi tasselli rimangono ancora da chiarire e proprio recentemente i PM che indagano sulla strage hanno chiesto l’archiviazione della “pista palestinese”, una teoria che secondo i magistrati non reggerebbe più. Non è chiaro ad esempio quale interesse avrebbero avuto i terroristi palestinesi del FPLP a compiere una strage (o ad ordinarla tramite altri esecutori) soltanto come rappresaglia per l’arresto di un loro uomo. Un ragionamento che non attribuisce quindi alcun valore alle note dei servizi segreti italiani che poco prima dell’esplosione alla stazione del capoluogo emiliano avevano messo in guardia sulle possibili reazioni dei palestinesi a quell’arresto.
Dunque, se la matrice araba dell’esplosione del 2 agosto 1980 rimane solo un sospetto, per l’omicidio di Toni e De Palo l’opera della stessa mano assassina è stata ritenuta verosimile. «Molto probabilmente – ha detto a Paese Sera Giancarlo De Palo  – mia sorella e Italo sono stati uccisi da mano palestinese. C’è però una pista parallela, che conduce ai servizi segreti italiani quali possibili mandanti del loro omicidio».

Il muro del segreto di Stato. L’inconsistenza della tesi falangista nel sequestro di Toni e De Palo, sostenuta a lungo dai servizi segreti, portò a metà degli anni ’80 all’incriminazione del direttore del SISMI Santovito e del colonnello Giovannone. L’indagine istruttoria della magistratura romana venne però vanificata dal segreto di Stato, invocato davanti ai giudici proprio da Giovannone. Non era possibile, a suo dire, sapere quali fossero i rapporti intercorsi tra i servizi segreti italiani e i palestinesi dell’OLP.
Il 28 agosto 1984 l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi confermò il segreto di Stato, ponendo un argine alla speranza dei familiari dei giornalisti di conoscere la verità.
L’esistenza di questo insuperabile ostacolo venne sottolineata dal PM della Procura della Repubblica di Roma, Giancarlo Armati, che il 4 febbraio 1985 letti gli atti rilevava: «La estensione in ogni direzione e con ogni possibile strumento investigativo e le analiticità dell’istruttoria avrebbero certamente consentito di fare piena luce sulla complessa vicenda della scomparsa all’estero dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo, se resistenze ed ostacoli di diversa natura non avessero reso estremamente arduo l’accertamento della verità, impedendo ancora oggi di chiarire alcuni profili oscuri della vicenda».
Tre i fatti che hanno limitato le indagini, scriveva il PM: l’atteggiamento ostile delle autorità libanesi che hanno impedito in ogni modo ai giudici italiani di acquisire elementi, le difficoltà frapposte dalle Autorità elvetiche «con intenti chiaramente dilatori e non collaborativi» e soprattutto la conferma da parte del Governo del segreto di stato per tutelare dei «delicati rapporti esteri». Inoltre, «l’accertamento della verità ha altresì trovato un ulteriore limite nel coinvolgimento nella vicenda di esponenti del SISMI, il cui ruolo, proprio nel periodo della scomparsa dei due giornalisti, presenta aspetti oscuri, certamente estranei ai suoi fini istituzionali». In particolare, faceva notare Armati, «non è assolutamente credibile che il Giovannone non avesse avuto la possibilità di venire a conoscenza e non avesse in effetti saputo almeno nei suoi elementi essenziali come si erano svolti i fatti e quale era stata la sorte toccata ai due giornalisti». E ancora: «La verità è che Giovannone non poteva non sapere. Ed infatti egli seppe, subito o quasi, la sorte in cui erano incorsi i due giornalisti e, d’accordo con il Santovito, si adoperò per coprire le responsabilità palestinesi».
Riguardo all’identità degli assassini di Italo Toni e Graziella De Palo, leggendo le carte processuali si apprende che il capo della Suretè Nationale in Libano, Faruk Abillamah, avrebbe detto nel corso di un colloquio con l’ambasciatore D’Andrea che «i due erano stati uccisi dal gruppo di George Habbash (di cui sono accertati i legami con i terroristi italiani e con personaggi di oscura collocazione), “subito o quasi”». Secondo una versione dei fatti credibile, Toni fu eliminato subito perché ritenuto una spia filo-israeliana «forse perché i palestinesi avevano ricevuto qualche indicazione errata», mentre la De Palo sarebbe rimasta a lungo prigioniera prima di essere anch’essa uccisa.
Tuttavia, nonostante la mole di indizi e le circostanze inquietanti emerse nel dibattimento, l’esito del processo fu deludente. L’unica condanna fu quella inflitta ad un maresciallo dei carabinieri per aver passato a Giovannone delle comunicazioni decifrate tra D’Andrea e il ministro degli Esteri Colombo inerenti alle ricerche dei due giornalisti, mentre non fu possibile procedere contro gli alti ufficiali dei servizi segreti Santovito e Giovannone perché già deceduti. Infine, per insufficienza di prove, se la cavò anche George Habbash, sospettato dal pubblico ministero di aver partecipato al rapimento.

Trent’anni di silenzio. «Quel che è certo è che la verità è un valore. Mentre invece in tutti questi anni la mia famiglia e io abbiamo avuto a che fare con gente che la verità ha fatto di tutto per insabbiarla», ha detto nel 2012 Giancarlo De Palo a «Paese Sera. Ed è difficile dargli torto visto che il vincolo del segreto di Stato sul caso dei due italiani scomparsi a Beirut era stato confermato nel 2004 anche dal governo Berlusconi in risposta alla domanda avanzata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin. Solo a marzo del 2010 è stato consentito alle famiglie De Palo e Toni di poter visionare 1161 documenti conservati presso gli archivi dell’AISE, coperti però ancora da numerosi omissis. Sono stati inoltre esclusi altri 80 documenti riservatissimi, il cui vincolo di segretezza scadrà tra pochi giorni e che le famiglie Toni e De Palo hanno chiesto, attraverso una petizione al Presidente del Consiglio Renzi, di pubblicare online.

 – Narcomafie, 26/08/2014

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