Finivano in mare i rifiuti piemontesi? (Pagina)

Questa è una storia vecchia che dice tante cose. Ad esempio che nei primi Anni ’80 esistevano già dei broker dei rifiuti capaci di far sparire tonnellate di prodotti tossici in mare, che tutto ciò si sapeva e che nessuno muoveva un dito per impedirlo. Fatto non secondario: l’episodio che racconteremo accadde in Piemonte, dove il mare proprio non c’è. Nel 1984 c’erano però i fiumi di scorie prodotte dalle circa ottomila imprese industriali e artigiane della regione. Imprese, soprattutto di piccole dimensioni, che complessivamente dovevano eliminare ogni anno oltre 2 milioni di tonnellate di residui di lavorazione. Dove andavano a finire questi rifiuti? A quanto pare, a volte, proprio in fondo ai nostri mari.

Chivasso, provincia Torino. In una calda giornata di luglio del 1984 vennero ritrovati casualmente in fondo ad una cava dismessa, in località Casabianca di Verolengo, circa cento bidoni metallici, contenenti ognuno 180 chilogrammi di strane sostanze chimiche. «Quei fusti contengono veleni?», si domandarono i giornali, descrivendo «l’intenso odore riferibile a solventi di natura non precisata» che arrivava dalla cava. I sospetti si rivelarono fondati. La zona in questione era distante appena 400 metri dalla stazione di pompaggio dell’acquedotto di Verolengo e solo il tempestivo intervento delle autorità riuscì ad evitare che quelle scorie nocive provocassero gravissimi danni alla rete idrica.La gravità dell’episodio convinse la locale pretura ad aprire una difficile inchiesta per risalire ai responsabili dello scarico illegale. Un’impresa tutt’altro che semplice dal momento che i bidoni erano stati accuratamente raschiati e ripuliti da scritte e targhette. Tanto per infittire ulteriormente il mistero, nel giro di poche settimane altri fusti simili vennero rinvenuti a Front Canavese e Scarmagno. «Bomba ecologica sparsa in mezzo Piemonte» titolò La Stampa, mentre nuovi contenitori tossici continuarono a comparire ovunque nella regione: dalle rive del lago di Viverone alla provinciale Chiaverano-Borgofranco, dal Vercellese alle province di Novara e di Asti. Ma il ritrovamento più allarmante avvenne in un piccolo comune delle Langhe: 2000 fusti stoccati in un pioppeto. Da dove provenivano?Le indagini dei carabinieri condussero fino ai cancelli di una ditta di riciclaggio e ridistillazione di solventi e vernici situata in un comune a nord di Ivrea. Lì, sul greto della Dora Baltea, già a novembre del 1983 gli ispettori ecologi della Provincia di Torino avevano segnalato la presenza di circa 5000 fusti di rifiuti nocivi da 200 litri ciascuno, abbandonati all’interno di alcuni capannoni. Questo il resoconto de La Stampa del 6 giugno 1986:

«Molti dei contenitori sono sfondati ed esiste un reale rischio di inquinamento delle falde sotterranee. Viene fatto un rapporto all’autorità giudiziaria e iniziano le indagini. Si scopre che il deposito è già sottoposto a un sequestro e che esiste una vertenza giudiziaria civile fra gli attuali e i passati proprietari che per primi accumularono i bidoni, senza poi lavorarne il contenuto. Il sindaco […] emette l’ordinanza di sgombero del deposito perché non autorizzato e pericoloso. Le operazioni vanno però a rilento. Poco dopo il loro inizio, nel luglio dell’84, incominciano i ritrovamenti di piccole quantità di fusti abbandonati in discariche abusive».

Secondo l’ipotesi formulata allora dalla magistratura, i responsabili degli scarichi illeciti erano il titolare dello stabilimento di riciclaggio delle vernici, L.S., ed una parrucchiera astigiana, tale R.M. Quest’ultima, personaggio di clamorose inchieste giudiziarie negli Anni ’60, avrebbe contattato l’imprenditore offrendosi di “smaltire” le scorie pericolose dietro un compenso di 80 milioni di lire. Le stesse scorie che, invece di finire negli impianti di trattamento, si materializzarono a migliaia nelle campagne piemontesi. Tutto chiaro? Non proprio. Per quanto ci riguarda la vicenda presentò invero un lato oscuro che all’epoca dei fatti non venne preso adeguatamente in considerazione. Accadde che, inaspettatamente, il mare cominciò ad intravedersi sullo sfondo di questo fattaccio ambientato in Piemonte. Perché era proprio lì, sui fondali dalla Penisola e non in mezzo ai campi, che quei rifiuti sarebbero potuti finire. E se non ci finirono per davvero fu solo per ragioni puramente economiche. A quanto pare infatti, prima di rivolgersi a quella parrucchiera divenuta per l’occasione una “esperta” di servizi per l’ambiente, il signor L.S. aveva contattato numerose ditte specializzate nello smaltimento dei rifiuti ma tutte avevano declinalo la sua offerta. «La soluzione migliore – spiegò quindi l’imprenditore ad un cronista (vedi La Stampa del 23/08/1984) – sarebbe stata quella di affondare in mare il carico, ma sarebbe costato 700 milioni». Avete capito bene. Rilette oggi quelle parole fanno venire i brividi. Sono la conferma che già nel 1984 – cioè tre anni prima dello scandalo Zanoobia e a ben dieci anni dall’inchiesta sulle navi a perdere aperta a Reggio Calabria dal procuratore Neri – esistevano sul territorio dei trafficanti che, praticamente alla luce del sole, offrivano alle aziende delle soluzioni “chiavi in mano” per liberarsi dei rifiuti nel più classico dei modi: gettandoli in mare.
É un vero peccato che nessuno abbia mai chiesto a quell’imprenditore chi gli offrì questo speciale servizio ad appena 700 lire per ogni litro di veleno. Viene da chiedersi: oggi che la Camera ha finalmente deciso di rendere pubblici alcuni documenti riservati sui traffici sospetti di rifiuti tossici nel Mediterraneo, questa non potrebbe essere ancora una domanda interessante?

 – Pagina, 17/09/2014

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